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Cento giorni di Liverani: tra aspettative e difficoltà, è arrivato il tempo di una sterzata

Il suo Parma non decolla, da qui alla sosta servono punti

Fabio Liverani - foto Ansa

Cento giorni, tanti ne sono passati da quando Fabio Liverani si è seduto sulla panchina del Parma. Era il primo settembre, aspettative e stati d’animo erano diversi rispetto a quelli che pervadono l’ambiente adesso. La voglia di cambiare pagina, di chiudere con il passato aprendo a un presente nuovo e pianificando un futuro più stabile nel quale formare un’identità da eleggere a modello (stile Atalanta), nel quale far crescere idee di calcio diverse e imporre una filosofia riconoscibile nella propositività. Al momento della firma, probabilmente Liverani non sapeva neanche che da li a venti giorni avrebbe avuto a che fare con un presidente proveniente da un altro mondo, una proprietà che avrebbe avuto diversi interlocutori rispetto a quelli che l’avevano contattato e che al posto dei giocatori che aveva indicato come funzionali al suo progetto avrebbe dovuto allenare e far crescere un manipolo di potenziali campioni, con doti tecniche spiccate ma con pochissima esperienza per certi campi e per un calcio al quale spesso si chiede tempo, ma di tempo non ne ha poi così tanto.

Cento giorni, vissuti in un concentrato di emozioni nel quale si sono alternati diversi stati d’animo. L’euforia per la firma, il fascino di Parma che l’ha sedotto e gli ha restituito l’occasione che il Covid gli aveva tolto solo due mesi prima con una retrocessione: continuare a lavorare in Serie A. Una sfida nuova, la sorpresa di conoscere un nuovo presidente, la gioia per la prima vittoria al Tardini – purtroppo non condivisa con il pubblico -, la frustrazione per non riuscire a incidere come vorrebbe sui suoi calciatori, l’amore per il proprio lavoro e la dedizione con la quale si dedica a esso.

Stati d’animo veicolati oggi, epoca dei social, per mezzo di Instagram, battuto con proverbi indiani che sono la misura della sua cultura multietnica, di frasi formulate per isolare una sensazione esaltandola. Evidenziando l’unica strada da percorrere, quella che da sempre paga: la strada del lavoro. E la richiesta di pazienza e tempo a un ambiente che per il momento vive solo di lato, con il quale un contatto vero e proprio non c’è ancora stato. Perché durante le partite, Liverani va a casa con le orecchie libere dall’eco degli applausi o dei fischi, delle approvazioni o del dissenso, potendo ragionare a mente fredda sugli aspetti da migliorare. O sui concetti sui quali insistere. Nell’era Covid, il bello e il brutto di non avere contatti è un po’ questo. Le sue imposizioni tattiche che si impongono al Tardini si stagliano sul prato e si disperdono nel vuoto di uno stadio che ha fame di calcio. E da sempre è ambizioso nella pretesa.

Cento giorni, dieci partite, dieci punti, dieci gol fatti, sette in meno rispetto a quelli subiti,due vittorie, quattro pareggi e quattro sconfitte. I freddi numeri sono la fotografia di una stagione di transizione, difficile come previsto, ma salvata per ora dal più quattro in classifica rispetto alla terzultima, e da un sedicesimo posto che cova solo speranze di miglioramenti. Per ora la rivoluzione di pensiero in casa Parma non ha avuto l’esito sperato. I semi del liveranesimo non hanno preso, il terreno è ancora arido. Chissà che la pioggia di questi giorni non l’innaffi e lo renda fertile. Pronto per accogliere nuove conoscenze.

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