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Fulvio Ceresini nel suo studio: sopra la foto del padre, Ernesto - Foto parmatoday.it

Fulvio Ceresini nel suo studio: sopra la foto del padre, Ernesto - Foto parmatoday.it

Tra emozioni e consigli, Ceresini: "Parma non può vivacchiare in Serie C, mio padre era..."

Fulvio, racconta a parmatoday.it la sua esperienza e dice: "Con una struttura societaria come questa, con gli industriali di mezzo, in serie C ci dobbiamo stare solo un anno. Bisogna essere pronti a mettere e investire qualche soldo"

In ventisei anni di calcio, quante volte mi avete visto fare un’intervista? Dieci o dodici, forse... . Sa cosa le dico? Che in Italia sono tutti allenatori, uomini di calcio, ma un conto è parlare di calcio, un altro è farlo. Io preferisco e ho sempre preferito fare piuttosto che parlare”. La lezione, perché quando si parla con Fulvio Ceresini si ha sempre l’impressione di assistere a una formidabile spiegazione resa semplicissima dalla sua ars oratoria, comincia così. Con lo sguardo del presidente che si sposta spesso verso un quadro imponente, per presenza e soggetto ritratto, che sta su di una parete, appeso, che trasuda rispetto e storia. E’ l’immagine del Presidente unico che i tifosi del Parma hanno ricordato non tanto tempo fa, con uno striscione enorme che lo ringraziava. Ernesto Ceresini è la storia di Parma, del Parma, violentato in maniera brutale da una manica di manigoldi che hanno cancellato un romanzo lungo cent’anni e qualcosa di più. ”Una tragedia immane - dice Fulvio Ceresini a parmatoday.it - una delle cose più brutte che mi siano capitate nella mia vita: offrire per quattordici anni, soffrire e fare dei sacrifici immani per cercare in tutti i modi di portare la squadra in A, e poi vedere in un anno cancellare tutto questo lavoro, è stata una tragedia sportiva e umana, un disastro”. E non può essere altrimenti, perché il nome della famiglia Ceresini aleggia in ogni angolo del Tardini e in ogni discussione sul Parma. Perché il Parma, quello che racconta l’amore tra una squadra e una città intera, la sua gente, nasce proprio sotto la stella di quella famiglia: “Ernesto, io lo chiamavo così, amava il calcio perché amava la squadra della sua città ed è entrato nel calcio per questo. Con grandi sacrifici e onorabilità ha gestito la società, fino a portarla, primo e unico nella storia del Parma, in Serie A. Lasciandoci la pelle perché era malato di cuore e si può tranquillamente dire che il calcio non era la medicina giusta per la sua tranquillità cardiaca. E’ morto prima di vedere il trionfo che ha sempre sognato, anche quando non era presidente, tre mesi prima della Serie A. Non ha potuto godersi da qua il trionfo. Prima che andasse, però, era già consapevole di come sarebbero andate le cose. Io penso questo. Anche perché se fosse stato qui, quel giorno, sarebbe morto lo stesso. Pensare che i tifosi soffrissero per colpa sua lo mandava in crisi. Perché non sopportava l’idea che la gente potesse essere delusa per causa sua”.

I tifosi ancora oggi lo osannano.

“Apprezzo il gesto dei tifosi che lo hanno ricordato nei giorni scorsi con lo striscione, mi hanno commosso”.

Ci dica la verità, è stato contattato da questa nuova proprietà?

“Non sono mai stato contattato. Ho fatto 14 anni nel calcio come famiglia Ceresini, sono stato al fianco di mio padre, eravamo sempre insieme per il Parma, nella gestione diretta della società. Sono stato poi dal 90’ al 2002 al fianco di Stefano Tanzi, altri dodici anni, avevo una quota di minoranza che avevamo tenuto dalla cessione della maggioranza, quando avevamo venduto le quote, con un 8% che poi mi è stato fumato via. Ero consigliere, ero vicepresidente, seguivo giornalmente la squadra. Sono 14 anni più 12, 26 anni della mia vita al servizio del Parma, ho dato il mio contributo al mondo del calcio, ho maturato un’adeguata pensione”.

Però tifa ancora Parma, ovviamente. L’abbiamo vista ad Arzignano, cosa ha pensato?

“Ad Arzignano ho pensato che si poteva ricominciare un sogno, per riportare la squadra dove merita di stare, dove era fissa da 20 e passa anni. Questo ho pensato”.

Era commosso?

“Non ero commosso, ero incazzato. Ho vissuto drammaticamente la cancellazione di una storia, non l’ho accettata e non l’accetterò mai dentro di me, una rabbia forte che mi porterò sempre dentro, non mi passerà mai. Speriamo solo di scemarla pensando a cose belle, che spero avverranno, con un lavoro difficile che dovrà essere fatto in questi anni. Ma il sentimento di rabbia offuscherà la storia sportiva del Parma calcio. Almeno per me”.

Vede analogie tra questa e quella storia?

“Non vedo analogie, come struttura societaria almeno, no. Noi avevamo una sola gestione, diretta, era solo mio padre a comando. Qui c’è un grande gruppo, che mi auguro funzioni sempre di più e che tante persone vengano coinvolte con capitali perché il calcio funziona così. Per far tornare questa realtà dove merita. Tutti sono bravi a parlare di calcio, in Italia tutti pensano di saperne. Un conto è parlare di calcio, un altro è fare. E se metti quattrini nel calcio, pensi di saperne e ti senti in diritto di dire la tua. Non sempre si possono avere le stesse opinioni, quando ci sono di mezzo i soldi si possono avere dei problemi”.

Come le sembra questa società?

“Nel calcio, le strutture societarie non sono controllate da più persone, ma c’è solo un presidente, se lei guarda bene. Questo grande gruppo ha cercato di coinvolgere tutti, anche con l’azionariato diffuso, più si salirà e più ci saranno dei problemi. Se uno mette soldi nel calcio, deve sapere che sono a fondo perduto perché è così, direttamente il fenomeno calcio a livello alto non sta in piedi da solo, e bisogna immettere denaro. Poi uno si sente in diritto di scegliere anche l’allenatore quando mette dei soldi e qui cominciano le divergenze. Tutte queste forme societarie hanno trovato difficoltà, finché c’è stato uno che poi ha tagliato la testa al toro e ha preso la situazione in mano”.

La vediamo spesso allo stadio, gli anni scorsi no, perché?

“Io allo stadio ci vado, sono tornato con piacere. Mi hanno invitato ad andare Marco Ferrari e la nuova società, ho accettato volentieri. Sono tornato dopo anni perché avevo smesso da quando è arrivato Ghirardi. Con lui è venuta meno una tradizione. Tutti i presidenti che arrivano hanno riservato un posto ai presidenti vecchi, che se ne vanno. Lo abbiamo fatto noi, lo facevano prima di noi, lo faceva la Parmalat e la famiglia Tanzi, sotto forma di omaggio a chi aveva contribuito a mantenere alta la fama della squadra. Ghirardi ha ritenuto di non farlo, e io soffrivo per televisione, rimanendo sempre tifoso. Ora sono tornato, lo spettacolo è diverso ma ho ripristinato l’entusiasmo per questa squadra”.

Chi è il giocatore a cui è rimasto più legato?

“Sono stati tantissimi, ma faccio tre nomi. Ariedo Braida che è stato uno dei primi acquisti. Avevo un grande rapporto di amicizia con lui, cosa che con altri giocatori non avevo, perché da dirigente devi essere pronto a prendere qualunque decisione. Su fatti o situazioni, su comportamenti che loro hanno. Se diventi amico di un giocatore diventa difficile gestire problematiche all’interno. C’è stato sempre grande rispetto, ma mai amicizia. L’unico è stato Braida in 26 anni”.

Gli altri? Aveva detto tre…

“Poi Melli e Buffon. Sono cresciuti con me, e quando li vedi da bambini nutri dei sentimenti diversi. Su Melli voglio raccontarle questa: eravamo ad un pranzo per la Cassa di Risparmio e abbiamo scoperto che aveva firmato con il Milan senza che nessuno sapesse nulla. Alla fine dopo tanta confusione lui strappò il contratto. C’era sgomento da parte di tutta la dirigenza perché avevamo paura che andasse via”.

E Buffon?

“Gigi? Gigi è Gigi. Un grande. In quella partita contro il Milan ha mostrato di essere uno dei migliori portieri nonostante fosse giovanissimo. E’ una grande persona, era un guascone e a quell’età era logico esserlo. E’ stata la sua forza quella sua guasconeria, nello spogliatoio e in campo, non aveva e non ha paura di nulla e di nessuno. La carriera lo dimostra”.

Chi sarà il nuovo Melli?

“Questa è una categoria che non offre molto dal punto di vista tecnico, è una squadra onestamente avanti con l’età al di là degli under, fatta di giocatori che hanno navigato in questi campionati. Non credo che qualcuno possa arrivare in A”.

Campionato archiviato, ma l’anno prossimo?

“Campionato chiuso, direi. L’anno prossimo cominceranno i problemi perché bisogna fare un lavoro diverso. Il livello non è alto, siamo sempre in serie C, ma bisognerà essere bravi sia dal punto di vista della formazione della squadra, come investimenti. In C sarà impossibile far quadrare i conti e fare un certo tipo di investimenti, pensando di ricopririli. Perché non verranno ammortizzati dagli introiti. I soci dovranno intervenire e sapere che gli investimenti saranno a fondo perduto. Ci sono pochi guadagni, niente contratti televisivi, quindi ci vogliono dei soldi. I costi aumenteranno notevolmente. Gli incassi diminuiscono e sarà un bel banco di prova. Il Parma non può accontentarsi, con una struttura societaria come questa, con gli industriali di mezzo, di vivacchiare in una serie C. Bisogna essere pronti a mettere e investire qualche soldo”.

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