Fallimento, Ghirardi risolve con i creditori, ma non con Lucarelli

Con una somma di molto inferiore rispetto a quella che doveva, l'ex presidente convince il Comitato. Ma l'ex capitano non ci sta e si oppone alle proposte rifiutandole tutte

Tommaso Ghirardi - foto Ansa

Un lustro culminato in un bagliore. Quanta luce è entrata dal 19 marzo del 2015 nel tunnel nel quale era entrato il Parma? Tanta, a sufficienza per oscurarlo, ma non tanta quanto basta per sotterrarlo definitivamente. Sono passati cinque anni dal fallimento mastodontico che ha fatto balzare il Parma Calcio agli onori della cronaca. Oltre lo sport, oltre la retorica. In pieno esercizio straordinario, l’allora capitano Alessandro Lucarelli (oggi club manager) venne informato dai giornalisti mentre si allenava al centro sportivo di Collecchio, sui campi della Primavera. Non c’erano neanche i giardinieri, di li a poco sarebbe scomparso anche il Parma.

Sono passati cinque anni da quel 19 marzo. Nella sua storia ultracentenaria il club crociato è caduto più volte ma ha saputo rialzarsi, riuscendo a superare anche l’onda di quel fallimento che l’ha colto in pieno travolgendolo in un mare di debiti. 214 milioni tra debito sportivo (74 milioni di euro, di cui 63 nei confronti di tesserati) e debito verso i fornitori (140 milioni di euro) fecero crollare il Parma che da 18 anni gravitava in Serie A nell’ultimo gradino del calcio che conta. Tommaso Ghirardi – al timone del club dal 2007 – lo accompagnò gradualmente verso la fine attraverso una gestione poco virtuosa conclusasi con la pantomima della vendita delle quote prima a Rezart Taci, fantomatico magnate albanese già vicino alle cronache sportive e non per la sua volontà di voler entrare nel boarding del Milan, poi con la figura discussa di Giampietro Manenti che ‘aggredì’ quel poco di Parma che ci era rimasto, spolpato dalla fame dei creditori.  

Intanto il Parma finiva sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: La Repubblica parlò di ‘pesca a strascico’, in Inghilterra il Daily Mail etichettò il via vai dei giocatori con ‘il mercato delle vacche’ per sottolineare il grande numero di tesserati che transitarono apparentemente da Collecchio, da sempre quartier generale del club. 178 giocatori, molti dei quali non hanno mai indossato la maglia crociata. Il tutto poi, come venne accertato, per cercare di piazzarli e ‘aggiustare i conti.

Sono passati da quel giorno 5 anni, adesso i conti sono a posto, il Parma è nono in classifica, in Serie A e nel mezzo della tempesta sanitaria che sta imperversando questo del fallimento rimane solo un brutto ricordo. Il presente dice che il Parma è rinato sotto l’egida degli imprenditori locali (Ferrari, Pizzarotti, Barilla, Dall’Ara, Gandolfi, Malmesi, Del Rio) spinto dall’orgoglio dei suoi sostenitori e soprattutto dal senso di appartenenza di una città che al tempo si strinse intorno alla squadra. Il resto lo hanno saputo fare Apolloni (che ha vinto la senza mai perdere una partita il campionato di Serie D), la griffe d’autore di Roberto D’Aversa che trionfante si issa sopra tutte le critiche e lo spirito combattivo di capitan Lucarelli, che ha accettato di scendere negli inferi con il Parma prima di rivedere la luce del calcio che conta da bandiera. Hanno riportato il Parma in Serie A passando dalle forche caudine della Lega Pro e dalle sabbie mobili della Serie B, protetti dalla società e da giocatori oltre che dal direttore sportivo Daniele Faggiano.

Tutto questo mentre Tommaso Ghirardi poco più di un mese fa avanzava una proposta di transazione ai creditori, bocciata dal presidente del Comitato Alessandro Lucarelli. Accanto a Iren, Colser e Ab Global Service, c’era anche l’attuale club manager che ha rifiutato ogni proposta formulata da Tommaso Ghirardi per mettere a posto una situazione che probabilmente avrà ripercussioni anche sul penale. Inizialmente il Comitato dei creditori aveva respinto le proposte dell’ex presidente, ma il suo rilancio – seppure di poco -, ha fatto tentennare tutti finendo per convincerli ad accettare. Tutti, meno che Lucarelli: per orgoglio, per sete di giustizia, il club manager ha tenuto la linea di sempre senza voler accettare le offerte (di gran lunga inferiori rispetto a quello che avrebbe dovuto versare l’ex presidente). A livello civile Ghirardi ha sistemato la faccenda con i creditori a quanto pare. Chiudendo il capitolo a livello civile. Adesso gli resta il penale. La giustizia italiana è lenta nel suo corso, ma si attende con fiducia.

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