La lezione del Parma alla Scala del calcio

L’efficienza di D’Aversa e la praticità di una squadra che si esalta nelle difficoltà

Roberto D’Aversa e Gigi Sepe - foto Ansa

A fine partita c’era la sua famiglia ad aspettarlo. Il figlio, era il più felice di vederlo, tant'è che gli è saltato addosso appena l'ha visto. Ha dovuto sopportare i fischi di San Siro e quando venivano giù come pioggia radente lui si tappava le orecchie per non sentirli. E continuava per la sua strada, tifando per il Parma. Andando avanti per tutta la partita. Andando avanti. Come il padre. In fondo il cognome è quello: D’Aversa. Un allenatore che riscopre un feeling eccezionale in un San Siro, quello nerazzurro, che evidentemente gli porta fortuna. Sarà la sua formazione milanista, sarà che - come nel caso di sabato - conosceva bene chi aveva di fronte, fatto sta che si è portato a casa un’altro punto, frutto del primo pareggio stagionale imposto anche al suo amico fraterno Antonio, scoperchiando la pentola che contiene i problemi di un’Inter che si riscopre corta. 

E verrebbe da dire: con soli quattro giocatori di movimento in panchina, più Colombi e Alastra, secondo e terzo portiere, il Parma come potrebbe essere definito? Se l’Inter vista sabato è stata corta, il Parma di San Siro è stato perlomeno eroico, combattivo, preciso (perfetto per un tempo), coriaceo. Salva la pelle con una corazza d’acciaio, porta a casa un punto d’oro e anche qualche recriminazione: non si è capito bene perché Chiffi - che ci ha messo quattro minuti per decidere - abbia assegnato quel gol di Lukaku. Candreva era in posizione di fuorigioco al momento della ricezione del pallone, forse il tallone di Dermaku poteva essere in linea, ma vogliamo sperare che dalla sala Var ci siano altre immagini che testimonino la regolarità del gol, altrimenti bisognerebbe spiegare quanto accaduto. 

Quello che è accaduto invece all’Inter è stato trovarsi davanti un Parma con cuore caldo e testa fredda, che gli ha imposto - sì, imposto - un pareggio che può essere anche considerato una mezza vittoria, per come si era messa... . L’aveva preparata bene come al solito, Bob, che è rimasto in piedi a inizio partita con Sepe bravo a salvare su Gagliardini. L’inseguimento a Brozovic, pedinato dal talento più cristallino del Parma (magari, è dell’Atalanta), Kulusevski, ha impedito lo sviluppo del gioco contiano che - senza De Vrij - si è affidato all’altro regista. Godin è un'altra cosa e l’Inter senza il suo olandese (è subentrato) non ha volato, ha faticato a farsi spazio e ha individuato l’unica via di fuga nel rigenerato Candreva. Il cui vantaggio è durato pochissimo. Una manciata di secondi prima che Yann Karamoh con una stoccata da campione ferisse la ‘sua’ Inter e chiedesse scusa ai suoi ex tifosi. Quattro minuti dopo il ‘ritardatario’ è arrivato puntuale sull’errore di Brozovic, il secondo della partita, ha sombrerato Godin, non uno qualunque, e ha servito l’assist a Gervinho. E qui D’Aversa ha esultato. Stringendo i pugni e facendo un giro su se stesso.

Avrebbe voluto spaccare il mondo: trovarsi in vantaggio per un tempo contro l’Inter a San Siro, era quello che neanche nelle analisi tattiche della settimana probabilmente non aveva messo neanche in preventivo. Eppure è successo. Ha resistito alla boria nerazzurra, una tempesta che ha fatto più rumore che danni: il gol di Lukaku non gli ha fatto perdere il sorriso, né la consapevolezza che il Parma può migliorare ancora. Quello visto ieri, quello che ha esaltato anche Matteo Scozzarella, un gigante a San Siro, è stato perfetto almeno per un tempo. Di fronte c’era un top club che è andato a sbattere sul muro di Bob, che sta scalando montagne e a ogni passo scansa scettici. E dopo fatiche come questa si gode la famiglia. E gli abbracci del figlio.

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