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L'incontro con Sacchi e il consiglio di Pellegrini: come nasce il Parma di Enzo

Primo giorno in sede: con Ribalta si è fatto il punto della situazione, in attesa del mercato, ha salutato Krause, volato negli Stati Uniti. I principi di gioco, i libri e la Spagna nel cuore di Maresca

Krause e Maresca - foto Parmatoday.it

L’accento è marcatamente spagnolo, Maresca se l’è portato dietro da Siviglia. Oltre che in Italia, un pezzo del suo cuore è rimasto in Andalusia. Non solo per via del calcio. La moglie di Enzo è di quelle parti, nella casa che affaccia sul mare spesso si parla spagnolo. La Spagna, è un luogo comune che sia tierra caliente, però lo ha un po’ stemperato. Il carattere fumante che aveva da calciatore probabilmente è rimasto, ma da quando è allenatore lo ha riposto in un cassetto. Per carità, chi lo conosce bene dice che è sempre pronto a indossare ancora i panni del centrocampista tutto grinta e piedi buoni, ma adesso che è più maturo, Maresca appare più composto. L'ha capito Pellegrini: "Quando smetti, allena", gli ha detto l'ingegnere ai tempi di Malaga. 

Chiuso nel suo abito beige, un doppio petto a tinta unita spezzato dal blu della cravatta, il nuovo allenatore del Parma ha destato subito l'impressione dell'uomo ordinato. Serio, pochi sorrisi, concentrato, al centro della scena si è preso la sua dose di benvenuto elargendo le sue idee. Nel giorno della presentazione era fondamentale non sbagliare: la pratica può attendere, non troppo forse, ma può aspettare. Sulla teoria ci siamo: la sua tesi a Coverciano era sull'affinita tra calcio e scacchi. Il gioco di posizione è la trave portante della sua strategia. Muovere le pedine, agire di contromossa. Il primo impatto con il mondo Parma è stato talmente positivo che quasi quasi Kyle Krause ha dimenticato di essere retrocesso. In mattinata il patron del Parma è ripartito, è tornato negli Stati Uniti con il suo aereo privato, volato dal Verdi.

Ha salutato Maresca con la prima cena ufficiale la sera prima, in un noto ristorante del centro cittadino, poi è volato dai suoi cari. La prima giornata di Enzo con la giacca del Parma è trascorsa con la visita del centro sportivo di Collecchio, tra un’occhiata ai campi e due chiacchiere con il responsabile dell’area tecnica Javier Ribalta, che intanto ha abbracciato un nuovo collaboratore. Edgardo Zanoli, scuola Milan anche lui, braccio destro di Filippo Galli nell’area metodologica. Mentre prende forma l’organigramma del Parma, piano piano nasce anche lo staff di Maresca, a caccia di collaboratori fidati nella sua cerchia sterminata di contatti. Un paio di pedine arriveranno dal City, dove ha lasciato una traccia profonda benedetta da Pep Guardiola in persona, qualche altro sarà reduce da esperienze in Serie A. Ma ci sarà tempo per queste cose. Per il suo calcio moderno, sostenuto dall’idea che non rimane paralizzata in schemi e numeri, ma viene resa libera in sistemi e principi di gioco, Enzo ha bisogno di sostegno.

Sa trasmettere personalità, la stessa che ha mostrato quando giocava, ha grande fiducia in se stesso, avendo guardato sempre il calcio - anche quando giocava - con gli occhi dell’allenatore. Perché lui cercava di capire le cose che si facevano in campo, senza limitarsi a eseguire il compito. Ha sempre mirato a carpirne il senso. Veleggiando con coscienza nel mare del pallone, si è sempre interessato di comprenderlo. Moderno, propositivo, ai suoi calciatori parla di competenze, funzioni, occupazione degli spazi. Non sappiamo se sia un rivoluzionario, in Serie B più che scienziati servono soldati. Di sicuro porta una ventata di freschezza, sperando che serva a spazzare lo scetticismo con il quale è stato accolto. Da calciatore è stato soldato, ma ha avuto anche i piedi affilati, tanto che all’Ascoli, nella sua prima esperienza italiana su una panchina, i suoi calciatori si fermavano ad ammirare i suoi piazzati. Destro e sinistro a fine allenamento, valevano forse lo sforzo della fatica. Chiaramente le esperienze maturate al fianco di grandi interpreti del calcio moderno lo hanno accresciuto, uomo di cultura (appena può legge anche libri sulla visione olistica e trattati di filosofia), oltre al calcio ha maturato anche altri interessi.

Ai suoi calciatori chiede disponibilità, soprattutto chiede di prendersi responsabilità nelle scelte. Lui la sua scelta l’ha fatta: cambiare, lasciare il porto sicuro del City per inserirsi in un contesto rischioso. Smussare il suo carattere, limarne l’impeto e portare in campo le sue idee con la forza di veicolarle entrando nella testa dei calciatori. A proposito di scelte: ad Ascoli, partito con un progetto ambizioso, non ha certo avuto timore di prendere la valigia e andarsene dopo pochi mesi. La proprietà italo-canadese era ambiziosa, ma non sempre l’ambizione è sinonimo di successo. Bellini, il presidente, era legato al territorio e alla squadra, ma qualcosa non ha funzionato. E lui non ha avuto paura a prendersi la responsabilità di chiamarsi fuori. E’ tornato nella sua zona di conforto, nella Siviglia che gli ha dato tanto da calciatore, da uomo. E da allenatore. Dopo aver smesso di giocare è stato da Sacchi. Un incontro che lo ha spinto a sedersi in panchina. Prima di West Ham e City. La Spagna gli ha dato serenità, l’accento e un bel po’ della filosofia del quale si fa portavoce.

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