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Dalla Juve al Novara: la storia di Nino che non ha paura...

Barillà sta diventando sempre più decisivo per gli schemi di D'Aversa

Di sicuro non avrà paura, Nino. Non avrà paura di tirare un calcio di rigore quando sarà il momento. Uno che bagna il suo esordio in A con un gol alla Juventus non può avere paura di giocare a pallone. Era il 26 aprile del 2009, la partita l’ha sbloccata lui, con un colpo di testa che ferì la Vecchia Signora brava poi a riacciuffare il pareggio. Nino è per tradizione un giocatore che non può avere paura. Era giovanissimo quando ha vissuto una delle imprese sportive passata alla storia  ricordate con piacere anche da un certo Alessandro Lucarelli: la salvezza della Reggina partita da una penalizzazione feroce. Il -11 non lo ha spaventato, nonostante fosse appena maggiorenne. E pensare che ha cominciato a giocare per sbaglio. Perché in quel periodo alla Reggina, squadra che lo ha prelevato dal quartiere Catona, zona nord di Reggio Calabria dove i ragazzi come Nino passavano le loro giornate a prendere a calci un pallone, era una meta ambita. Senza pensare a quello che sarebbe successo a distanza di anni. Nessuno poteva immaginarlo. Probabilmente neanche la sua famiglia. Sua madre lo chiamava ogni sera prima di cena, Nino ha sempre amato il pallone. Da direttrice di posta qual è ancora, la signora Barillà era amante della disciplina e non sopportava che il figlio rientrasse tardi o comunque non in orario per la cena. Il mattino sarebbe giunto presto per il Signor Barillà che ha ancora un negozio ortofrutticolo, quindi era giusto che un momento importante come la cena venisse trascorso tutti insieme. Bisognava mandare avanti la famiglia che oltre a Nino conta altri due figli: il centrocampista del Parma ha un fratello e una sorella più piccoli e lui in famiglia è una specie di idolo. Lo è anche per la moglie Sabrina con cui è sposato da quattro anni e per il figlio Giuseppe di due: un legame stretto tra i tre che si è cementato negli anni. Nino ha una vera e propria ammirazione per la moglie, è un marito premuroso e un padre affettuoso. Un eroe per suo figlio che lo ha eletto ovviamente a idolo.Ha rischiato seriamente di non esserlo perché nel giro del pallone ci è entrato dalla porta di servizio. E non doveva neanche passarci. La Reggina faceva della selezione in quegli anni perché il numero  di iscritti era superiore alle aspettative e non c’era posto per tutti.

Nino era stato fatto fuori, tagliato per scelta ma per sua fortuna lo stop di un suo compagno lo ha fatto rientrare nella selezione. Quel giorno  esce dal campo tra gli applausi disputando un grande torneo capace di far ricredere la dirigenza amaranto che l’anno dopo lo manda in prestito al Ravenna. E’ stato un anno importante, il primo fuori casa per il ragazzo di Reggio Calabria che a 19 anni gioca 25 partite in Serie B. Poi tanta Reggina, 188 partite in due spezzoni. In mezzo un prestito alla Sampdoria, esperienza poco fortunata. Giocatore di categoria, ha grande forza e ottima corsa. Comincia da esterno sinistro e si afferma come mezz’ala mostrando di avere  anche i tempi di inserimento per fare male, come a Novara. Ha avuto pochi allenatori il centrocampista,ma colui che lo ha fatto crescere sia come giocatore che come uomo è stato sicuramente Alberto Romano che al tempo del settore giovanile ha plasmato Nino dandogli assieme alla famiglia un’educazione giusta. Era sicuro che quel giocatore con le spalle strette si sarebbe affermato e sarebbe riuscito nell’intento: quello di giocare a calcio. Da terzino (fece ammattire un giocatore come Gattuso ai tempi della Reggina in Serie A) passa a fare la mezz’ala e in pianta stabile diventa un pilastro prima degli amaranto e poi del Trapani. Cresciuto con il modello di Daniele Perrotta, Nino ha cominciato a esprimersi con continuità. E’il primo giocatore che Daniele Faggiano ha acquistato per questa nuova stagione, indipendentemente dalla categoria, Nino aveva deciso di accettare il Parma, squadra nella quale è arrivato in punta di piedi e che piano piano sta sentendo sempre più sua. Con la maglia numero diciassette sulle spalle, senza paura.

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