Parma, svegliati che è primavera, rimboccati le maniche e tieniti Amauri

Intanto dall'ambiente Inter pervengono apprezzamenti sull'operato dell'a.d. e la squadra non segna da 385'. Centrocampo senza brillantezza e smalto, Amauri punto fermo, si riparte da lui

Amauri nella sfida con la Lazio - Tm News Infophoto

Quota 40! Meno male che è finita! O che sta per finire. Il pensiero dei tifosi è sintetizzabile con queste esclamazioni. Malgrado segnali di ripresa, pochissimi dovuti anche all'inattività di una Lazio in regresso scavalcata dalla Roma in classifica e fuori da qualunque gioco europeo, il malcontento dei tifosi regna sovrano e i dubbi sulla prossima stagione sono legittimi e tutti da sciogliere. La lenta agonia del Parma in questo girone "infernale" sta per terminare. Il malato si salverà,  come in un responso medico, ma ci sarà da tenerlo sotto controllo. Anche perché ai sintomi si è aggiunto il problema del gol, che manca da ormai 385 minuti. Se non segni non vinci, assioma elementare. "C'è qualcuno che si accontenta - ha detto Donadoni nel post partita - che non ha quella malizia sottoporta e quella ferocia che serve per trasformare in gol anche le palle sporche". Ebbene sì. Al 93', quando Belfodil beneficia di una respinta corta di Marchetti  ciabattando la palla che poi finisce a Paletta, in fuorigioco, Donadoni si sarà mangiato le mani, e magari avrà pure pensato a qualche anno fa, quando era ancora un calciatore, e che calciatore. La malizia lui l'aveva eccome, ed è la stessa che sta cercando di trasferire ai suoi calciatori, ma non è un compito facile. E non allenabile. O l'hai o non l'hai. E al Parma manca, da tanto tempo, da quattro partite, tante sono quelle in cui non si gonfia la rete. Non basta il piccolo segnale di ripresa mostrato, i problemi non si cancellano e diventa difficile anche individuare da dove ripartire. Le basi su cui poggiare devono essere solide, soprattutto nell'anno del centenario e i tifosi devono essere convinti in qualche modo che la strada intrapresa sia quella giusta. Anche perché loro non si accontentano. I commenti severi arrivano dopo una prova più viva delle altre, d'accordo, ma pur sempre scialba e condita da rischi. Mirante ha fatto il Mirante sventando l'occasione più grossa capitata sui piedi di Kozak, la difesa si è distratta pochissimo, e l'attacco ha funzionato solo nella figura di Amauri, un leone che si è battuto senza risparmiarsi, facendo vedere che la mentalità giusta, almeno in lui, persiste. Biabiany è sulla via di Damasco e qualcosa di buono ha fatto intravvedere, come pure Belfodil che ha mescolato atteggiamento irritante condito da sicurezza eccessiva e strafottenza, a sacrificio e adattamento in un ruolo che suo non è, uscendo dallo spogliatoio più sveglio e mobile, raccogliendo pure uno straccio di applausi. Oltre al gol, il problema resta in mezzo, un reparto che non riesce più a ritrovare smalto e geometrie. Mai una verticalizzazione o un movimento che porti in porta l'attaccante. Appena due, con altrettanti pericoli apportati alla Lazio. E poi basta. Manca un regista vero, e la forza degli interni che sappiano inserirsi e tirare in porta. Mancano quei "sette gol che a questo punto della stagione vorrebbero dire qualcosa in più" ha detto Donadoni. Mancano anche le alternative a questo punto, agli interpreti soliti che recitano lo stesso copione da un girone intero. Oppure il coraggio di impiegare quelli che ci sono. 

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