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Lunedì, 6 Dicembre 2021
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Parma, si impone la filosofia di D'Aversa

Il tecnico si 'nasconde' dietro i suoi giocatori, ma nel terzo risultato utile consecutivo (mai una striscia così lunga con Bob in panchina in Serie A) c'è molto di suo

La filosofia dell'estetica contro il pragmatismo. L'esaltazione del possesso palla, che non sempre vuol dire avere ragione, contro il credo pratico di voler vincere, o non perdere. Il vezzo di piacersi contro la fame per la sopravvivenza che ti spinge a dare qualcosa in più, ad andare oltre e a essere teso sempre, come una corda di violino: a essere concreto. Il lunch match di domenica ha messo di fronte nel ricco menu della Serie A Parma e Sassuolo, uno scontro tra due modi di interpretare il calcio, una partita che non era solamente tale, ma era anche un modo implicito di affermare supremazia e superiorità (temporale) su un campo di calcio tra due contendenti all'opposto del pensiero: D'Aversa, uno che bada al sodo, contro De Zerbi, che si piace di più.

Ha vinto il primo, con tutta la carovana di nozioni che si trascina dietro a fatica, in un ambiente che - forse adesso - comincia ad apprezzarlo per quello che è: un uomo che si dedica al pallone quasi in esclusiva, tralasciando a volte la famiglia che resta il punto di riferimento soprattutto a Parma. Ha vinto il Parma, ma ha vinto soprattutto Roberto D'Aversa il cinico, il pragmatico, il concreto, l'attendista, l'allenatore che aspetta e colpisce - forse senza infierire, l'unico pelo nell'uovo confezionato ad arte nel pranzo domenicale -, che adesso piace per come interpreta la partita a seconda dell'avversario. Uno che sembra aver preso alla lettera le difficoltà della nostra epoca, in cui si è sempre insoddisfatti, dove tutto rischia di cambiare pur rimanendo uguale. Perché il calcio sostanzialmente è rimasto tale: devi far gol per vincere. Roberto da Pescara lo ha capito, ha abbandonato gli estetismi del pallone e, memore dell'educazione teutonica ricevuta fino a tre anni (è nato a Stoccarda, poi si è trasferito a Pescara), ha imparato a essere diretto: e ad adattarsi.

Si adatta all'avversario e interpreta la partita in base anche a quelli che sono i punti di forza della squadra che si trova di fronte. La interpreta senza allontanarsi dal suo credo, dalla sua filosofia, dalla sua dottrina snocciolata dal ritiro estivo e applicata al campionato, il primo nella massima categoria dopo due promozioni - due - di fila. Fortunate? Ma sempre di due promozioni si tratta. Giunto nel mezzo del cammin della sua terza vita a Parma, ha messo in cascina un bel po' di fieno che non gli garantirà - e lui lo sa - di vivere un inverno al riparo da tormente e in questi giorni dove l'autunno stranamente è ancora mite cerca di raggranellare più vettovaglie possibili per starsene al caldo quando fuori impervia la tempesta. Il 2-1 al Sassuolo è l'ultimo capolavoro di un allenatore con 'la bava alla bocca', quella trasferita per concetto ai suoi giocatori, la stessa mostrata da Inglese che ha brillato anche senza segnare, quella di Grassi, cattivo come il veleno nel recuperare palloni, quella infusa a Scozzarella, una rabbia elegante del regista che in mezzo ispira, mette ordine, crea e disturba quel tanto che basta per ripartire alla grande e pulire, inteso in senso daversiano, la zona di traffico. Quella di Bruno Alves e Gagliolo, di Siligardi e di Gervinho, di Nino Barillà, che come molti era stato etichettato come inadatto per la Serie A. E inadatto doveva essere anche il Parma, che ha accantonato le filosofie e badato al sodo. Oggi più che mai.  

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