Parma, lezione di concretezza: tra toni alti e sofferenza da ‘grande’

Il quindicesimo risultato utile consecutivo, il sesto posto solitario in classifica con una gara in meno, Verona superato e annichilito davanti a un pubblico straordinario e una lezione tattica quasi perfetta, con quel soffrire che sa di maturità

Come un viaggio, partire per il gusto di partire, senza una meta. Era questa l’antica concezione della parola viaggio, era questo quello che gli antichi esploratori intendevano quando organizzavano una partenza. La meta era sconosciuta all’inizio, solo dopo sarebbe diventata qualcosa di interessante, qualcosa da rivelare agli altri in modo che potesse rimanere indelebile nelle pagine. Bene, proprio quello che sta facendo il Parma di Donadoni il normale, uno che non urla mai, che rimane tranquillo e che non va mai sopra le righe. Mai una parola fuori posto per il tecnico, almeno in pubblico, che ci tiene a mantenere quella sua immagine pulita, di uno che è attaccato al lavoro e che vede le cose volta per volta, di uno che i panni sporchi li lava in casa, con discrezione e lontano da clamori. E per lui non è importante la meta, o meglio, non ora, per lui è fondamentale scoprire, e andare lontano. Poi dove si arriva lo vedrà. Come una macchina a fari spenti, in una strada di campagna che non conosce, il Parma si sta dimenando per bene, evita le insidie e le crea, con i trappoloni che stavolta, per gli altri, sono difficili da evitare. 

GARA TATTICA – E l’ultima vittima, sportiva, è il Verona, che ha avuto la sfortuna di ritrovarsi lungo il cammino della squadra più in forma, Juventus a parte, del campionato, di essere evitata con discrezione, nella normalità più assoluta che contraddistingue Donadoni e il suo Parma, cinico e spietato, che ha saputo diventare grande in silenzio. Questa macchina la guida Cassano, autista di fiducia del tecnico che più di Ghirardi, lo ha voluto qui, al centro del progetto. Il suo adattamento al ruolo è fenomenale, si batte per la squadra e la tiene in attacco fino a quando ce la fa, combattendo con asciutta intelligenza e creando spazi ai suoi compagni che amano inserirsi negli spazi. E la scelta di rinunciare ad Amauri, spiegata come la più difficile da Donadoni, è pienamente giustificata, se si guarda l’andamento della gara. Frenare il Verona sugli esterni e tenerlo basso, favorire i centrocampisti e battere la breccia centrale, cercando di impensierire i lungagnoni Maietta e Moras che hanno sofferto al vivacità dei giocatori crociati.

MATURITA’ – E quei satanassi di Iturbe e Toni sono stati annientati. Solo qualche occasione sporadica senza particolari patemi, segno di una maturità raggiunta ormai da tempo, una solidità confermata e un gioco fluido che passa dai piedi di Marchionni, il migliore dei tre. E, al di là del 2-0, maturato in 93’, colpisce la grande tranquillità. In campo, al posto giusto, tutti a svolgere il proprio compito con zero confusione tattica e molta pazienza nel trovare il varco giusto. E pure quando attaccava il Verona, bravo a prendersi il campo che il Parma per un attimo gli ha concesso, Mirante e i suoi difensori non hanno temuto come in passato. La palla ce l’aveva il Verona, ma di tiri non se ne sono visti quasi mai, merito della linea attenta del Parma, maturo.

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SOFFERENZA – Soprattutto nella gestione della sofferenza. Saper soffrire significa saper sopportare le difficoltà e, quindi essere cresciuti. La forza fisica di Paletta e l’intelligenza tattica di Cassano, campione anche nell’interpretare il ruolo, sono il simbolo più alto del vessillo crociato, che sventola nel cielo e fa sognare una folla entusiasta e fiera di tifare quei colori. E soffrire per vincere è bello, un po’ come viaggiare.

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