Dentro la crisi del Parma: arbitri, distrazioni e pile scariche

Quattro partite senza vittoria: il calo mentale acuito da episodi dubbi e da qualche errore grossolano dei singoli

Roberto D'Aversa - foto Ansa

Roma indigesta, per tanti motivi. Ci avrà pensato Roberto D’Aversa quando ha messo piede sul charter che lo ha riportato a casa alla fine di una partita dentro la quale ne ha giocate un’altra: quella personale con l’arbitro Fabbri di Ravenna che ci ha messo del suo per farlo innervosire, come se non bastassero i suoi - ancora senza mordente -. E questo lo testimoniano i numeri: 17 tiri per la Roma, solo quattro quelli collezionati dal Parma, due in porta (uno è il rigore) di fronte ai nove tentativi pericolosi della Roma. A questi nove tiri vanno aggiunte le otto occasioni da gol costurite dai giallorossi, contro una del Parma. La supremazia sta tutta qua. Ma una timida reazione il Parma l'ha mostrata. Ma nel tentativo di riprendere la partita in maniera disperata è sbattuto contro un muro altissimo. Costruito da Fabbri di Ravenna che prima ha mostrato solo un giallo a Cristante per il fallo da rigore in posizione da ultimo uomo su Cornelius a inizio partita, dopo ha sorvolato in maniera clamorosa - e, cosa grave, dopo aver rivisto l’episodio al Var - per un tocco di mano di Mancini in area giallorossa. Plateale, inspiegabilmente non segnalato. 

E va bene che non devono valere come alibi questi episodi - va ripetendo D'Aversa che ieri se n'è rimasto in silenzio - ma la partita ha risentito delle decisioni del direttore di gara, al netto dei demeriti di un Parma sempre più scarico messo dalla Roma alle corde. È maturata in questo clima la quarta sconfitta consecutiva del Parma, mai così male con D’Aversa in panchina. Il rigore di Kucka, al suo sesto centro in campionato, non ha avuto il merito di esaltare le caratteristiche della sua squadra, alla quale una volta era difficile far gol e che adesso in quattro partite ne ha incassati nove (due su rigore), ma ha finito per mettere in evidenza quelli che sono i limiti (caratteriali anche) di un gruppo un po' sulle gambe dal punto di vista mentale, fermo alla mazzata che ha preso con l’Inter. 

Quei due minuti si fanno ancora sentire, e chissà ancora per quanto, per Alves e compagni, che cadono per la terza volta dopo essere passati in vantaggio (è successo contro i nerazzurri, con il Verona e all’Olimpico), incapaci di gestire il risultato, rimontati e ieri sera pure dominati per larghi tratti di una gara in cui il migliore è stato Sepe.  La quarta sconfitta consecutiva (prima serie negativa così lunga con D’Aversa) va perà analizzata in tutte le sue sfaccettature: ampi meriti della Roma, squadra che ha retto per oltre un’ora a ritmi alti; qualche demerito di troppo del Parma che ha subito gol su una distrazione e una palla persa in mezzo al campo, con l'uomo in meno (Darmian era fuori per farsi medicare). La squadra di D'Aversa ha prestato il fianco ai giallorissi, che spesso trovavano il fondo con gli esterni e ha accettato i cross degli esterni romani, controllati da Alves e Iacoponi.

E' stata penalizzata però, ancora una volta, dalle decisioni arbitrali. Lucarelli a fine gara andrà a brandire con orgoglio le sue ragioni “Credo che questa sera si sia rasentato il ridicolo”, con riferimento al calcio di rigore non concesso. La scelta societaria di mandare avanti un dirigente va vista come un tentativo di aprire gli occhi a chi - in questo caso gli arbitri - li tiene chiusi perché distratto. Dopo il rigore negato contro l’Inter (tocco di Barella su Kulusevski), quello generoso (per usare un eufemismo) di Verona (Di Carmine che sbatte su Alves) e la mano galeotta di Mancini (vista e rivista al Var da Fabbri ma ignorata in maniera inspiegabile), il Parma non può starci e alza la voce almeno su quelli che sono episodi plateali. Ci sarà tempo - forse - per analizzare la sconfitta. Alla quale Roberto D’Aversa ha pensato appena ha messo piede sul charter che lo ha portato a casa. Senza parlare. Bisogna invertire subito la rotta, altrimenti l’anno scorso non sarà servito da lezione.

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