A tutto Gas: Parma, ecco Brugman l'architetto

Vive a duecento metri dalla casa di Godin, il suo idolo è Kakà, tifa Penarol e ama il basket. Gioca verticale, pensa veloce: Gastòn vuole prendersi il Parma

Gastòn Brugman - foto parmacalcio1913.com

In patria è Gas, in famiglia ‘nero’, abbreviativo di ‘minero’, ‘minerito’. Vezzeggiativo. In Sudamerica i soprannomi appaiono all’improvviso, quasi come i bimbi armati di palloni e speranze che alzano polvere lungo la calle, riempiendo i barrios  di urla e nomi di idoli scanditi con voce chiara e una scadenza fissa. Anche in Uruguay è così, soprattutto in Uruguay, dove la competizione è sempre serrata,  dove si lotta da piccoli per affermarsi su ogni cosa, anche sul pallone, coltivando la speranza di potersi affermare un domani nel calcio europeo.

A Rosario, dove è nato Gaston Brugman, non può essere diverso. Gas la sua infanzia l’ha trascorsa più o meno come quasi tutti i suoi amici. Sono molti quelli rimasti ‘a piedi’, tanti quelli per strada e tanti altri quelli che di strade ne hanno intraprese diverse, lontane dal pallone. Gas ce l’ha fatta, segno che con la pelota ci sapeva fare. Il padre, Andres, lo racconta come una persona ‘muy temprano’, precoce. Perché con poco più di un anno addosso correva dietro la palla e la calciava – quando la prendeva -. Quando è diventato più grande si è messo in testa di lodare Kakà, studiarlo e prenderne quello che poteva prendere. Difficile, sicuramente, ma l’iniziativa ammirevole già indicava in che verso sarebbe andata la sua vita. Una vita di sacrifici in nome del pallone, con l’amore per il Penarol e uno zainetto in spalla con dentro i sogni, con il quale Gas si sciroppava 120 chilometri ogni due giorni per andare al allenarsi. A 12 anni giocava nell’Estudiantes di Rosario, poi un gruppo di osservatori ci aveva visto del buono e ha cercato di portarselo a Montevideo, destinazione Penarol, la stessa squadra per cui fa il tifo. Era un sogno, destinato a rimanere tale. O da non realizzarsi adesso. Non era il momento. L’altro treno sarebbe passato in fretta, papà Andres ne era certo anche perché di calcio ne sa e ha visto nel figlio che qualcosa di buono c’era. Gas ha saputo aspettare, salendo su quel treno qualche tempo dopo.

Un treno con fermata a Montevideo. Un sogno che si realizza. E lì al Penarol che ha imparato i valori incarnati perfettamente da un capitano: leadership e responsabilità. Gli stessi che hanno stregato Roberto D’Aversa. Il tecnico del Parma aveva individuato Gastòn molto prima: quando il Parma era in Serie B e Brugman decise con una sassata Parma-Pescara. Evidentemente la scintilla è scoccata allora ma il fuoco sotto la cenere covava da un po’. Il corteggiamento è andato avanti, fino a gennaio dell’anno scorso. Poi Faggiano ha accelerato e si è portato a casa il regista per Bob, una persona tranquilla che ama giocare in verticale, cresciuto con l’idolo Kakà e il mito di Godin, un’istituzione in Uruguay. Il capitano de la celeste abita a duecento metri dalla casa di Brugman, in un barrio privato. Dove papà Andres governa una ditta che lavora la plastica e si adopera per creare sacchetti biodegradabili. Molto legato alla madre, Gas va matto per la Play Station e … il basket. Tifa Toronto, adora Kawhi Leonard e ha un’ammirazione per Ginobili, l’argentino di Bahia Blanca. Gastòn ha un legame particolare con l’Italia: ci vice da anni, la sorella studia a Roma, si è sistemata lì, vuole fare l’architetto. Come Gas: l’architetto del pallone che ha voluto fortemente il Parma.

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