Parma, un salto in avanti da confermare: la forza della praticità

D'Aversa, come l'anno scorso, ha battuto il Genoa e resuscitato una squadra che con la Spal sembrava morta

Roberto D'Aversa - foto Ansa

Tempi duri per i giochisti in Serie A. A quanto pare, guardando i numeri, gli esteti del calcio devono per lo meno ridimensionare qualche pretesa e correggere il tiro di giudizi estetici su una cosa semplice - come il calcio - che sta diventando di difficile definizione. Va bene quelli che dicono ‘non sarà mai solo un gioco’, ma il pallone è pallone da sempre. Ultimamente i giudizi su alcuni aspetti anche facili da capire e forse per questo facili da sbagliare, oggi hanno ribaltato quella che sta diventato una situazione difficilissima da capire. Il principio di fondo del pallone è rimasto probabilmente sempre uguale. Uguale da quando il pallone è nato: chi fa più gol vince. E chi ne subisce meno ha più possibilità di vincere. Una becera banalità, però vera che - attenzione - non ha la pretesa di sminuire l'altra corrente di pensiero, che esalta chi con cento passaggi arriva in porta e fa gol, se il fine ultimo è quello di arrivare in porta e fare gol.

Anche nel calcio degli esteti, mosso da filosofie di dominio non sempre attuabili. Prendete il Parma di Roberto D’Aversa, messo alla gogna nonostante quello che ha fatto, quello che ha vinto. Eppure D’Aversa, l’uomo del catenaccio, del contropiede che gli altri chiamano elegantemente ‘transizione offensiva’ domenica le ha suonate ad Andreazzoli: cinque gol che probabilmente equivalgono a uno schiaffo a mano aperta che lo allontanerà dalla panchina del Genoa. La sua avventura era iniziata bene: portare avanti l’idea di una squadra propositiva che non si snatura mai, che mantiene l’identità anche contro squadre di alta classifica, che non abbassa mai la testa è nobile ma pericolosa. Infatti la situazione sta finendo male: 5 punti in classifica e 20 gol subiti in 8 gare. Troppi per Preziosi, abbastanza per pensare - purtroppo - a un allontanamento. Tempi duri per i giochisti, dicevamo.  A Genova è andata male anche a Di Francesco che, seppure in una situazione diversa, si è ritrovato a pagare colpe non sue.

Ma ha pagato. Ha pagato Giampaolo, un allenatore che si è portato a Milano, sponda Milan, l’etichetta di maestro di calcio. Sta pagando poco anche la filosofia di Roberto De Zerbi: il nuovo mago di Brescia deve avere qualche problema con la bacchetta magica, perché il suo Sassuolo, dopo gli investimenti e la rimonta quasi riuscita ai danni dell’Inter, prossimo avversario del Parma, si trova con sei punti in classifica e la bellezza di 16 gol subiti, con una media di due a partita. Va meglio a Liverani che predilige la propositività e la costruzione da dietro e per adesso - considerando il materiale a disposizione - sta riuscendo nell’impresa di abbinarci anche i risultati. Un plauso a lui.

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E agli allenatori che hanno saputo fare di necessità virtù, a quelli che si sono adattati alle caratteristiche dei propri giocatori e hanno cavato da loro il meglio. In questo senso, c’è tanto oro infatti nel forziere di Roberto D’Aversa, tacciato sempre o quasi, di essere troppo pragmatico e di pensare prima a non prenderle e poi a darle. Con la colpa di fare un ‘brutto calcio’ (qualcuno poi ci deve dire quale sia quello bello) e di aver anteposto all’estetica, la pratica. Con questi principi ha ottenuto quello che ha ottenuto, riportando il Parma in Serie A e conservando la categoria, missione che si prefigge di confezionare anche in questa stagione. Tanta gente più blasonata è retrocessa, ha finito per farsi cacciare e ha sacrificato la sua panchina in nome di un estetismo al momento senza continuità - a meno che tu non sia Sarri e/o Guardiola e non abbia a disposizione un parco giocatori come Juventus e Manchester City, o Barcellona -. Sono tempi duri quindi per i giochisti, almeno in Serie A. L’idea dei risultatisti per ora sta pagando, almeno è più pratica è questo va riconosciuto. Per rispetto dei principi. Almeno.

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