"Dodici ore di turno a rischio contagio: ho visto il terrore negli occhi dei pazienti"

La testimonianza di Paola, medico delle Unità speciali di continuità assistenziale

Sara ha 28 anni, un’età lontana apparentemente da certi discorsi. La sua passione si è intrecciata con la sua professione. Fa il medico, e di questi tempi è un valore aggiunto. Salva vite, in genere. A Parma lavora per la Usca, Unità speciali di continuità assistenziale. Per assistere i pazienti Covid-19 o sospetti tali all’interno delle loro abitazioni, evitando così un sovraffollamento nei reparti ospedalieri dedicati. Il loro compito è fondamentale, non solo in termini di prevenzione. 

Che cosa fa un medico Usca?
“Si occupa del monitoraggio telefonico dei pazienti che sono stati visitati ma che vogliamo tenere sotto controllo. Di quelli asintomatici o in attesa dell’esito del tampone. In questo modo riusciamo ad avere un quadro aggiornato dello stato di salute dei pazienti ma soprattutto, in caso di evoluzione negativa della sintomatologia, si riesce ad intervenire in modo tempestivo. Dal mio punto di vista il monitoraggio telefonico è importante anche perché spesso si tratta di pazienti che sono in isolamento da giorni o che presentano ansia a causa della patologia. Quindi avere un contatto telefonico con il medico di famiglia o con il medico Usca riesce a dare supporto in questa situazione spiacevole. Nel mio distretto le Usca si occupano anche della supervisione di strutture residenziali per anziani e in questo ci coordiniamo con il medico responsabile di struttura.  Viene effettuato un regolare monitoraggio nelle strutture in questione e in questo modo è possibile evidenziare casi sospetti e casi positivi così da poter evitare che il contagio dilaghi come è successo nella prima fase della pandemia”. 


Qual è l’aspetto più difficile del suo lavoro?
"Sicuramente riuscire a gestire a dare priorità a tutte le segnalazioni che vengono fatte e quindi alla quantità di pazienti che dobbiamo visitare in un turno di 12 ore che a volte quasi sembrano non bastare. Bisogna costruire poi rapporto tra medico e paziente in breve tempo, tra persone che non si conoscono. C’è da dire che ci vediamo solo durante la visita al domicilio dei pazienti con tutti i dispositivi di protezione del caso che tendono anche a creare una barriera tra noi e le persone, quindi questa credo sia un ulteriore complessità del Medico Usca, da superare al meglio per riuscire ad ottenere la fiducia”.


Quali sono i rischi del mestiere?
“Il rischio più grande sicuramente è quello di infettarsi perché siamo a contatto con persone positive al 100%. Per la maggior parte del tempo, tra l’altro. Non credo però che questo rischio sia massimo durante le visite domiciliari perché vengono forniti kit di protezione individuale con guanti, mascherine, camici e tute, quindi siamo molto protetti da questo punto di vista. Credo che il rischio sia maggiore per tutto il resto del tempo perché nel nostro lavoro bisogna fare molta attenzione alla sanificazione degli oggetti che tocchiamo, alla disinfezione. Quindi può succedere che dopo tante ore di lavoro e tanta stanchezza alcune cose vengano fatte senza troppa precisione. Quindi sicuramente gli effetti dello stress possono diminuire quella soglia di attenzione che dobbiamo mantenere sempre molto alta per evitare il rischio di contagio”.


Ci racconti la sua giornata tipo
“Inizia alle otto con turni lavorativi di 12 ore che vanno quindi dalle 8 alle 20. Mi reco a Langhirano e generalmente inizio con i monitoraggi telefonici così da potermi organizzare nel caso ci fossero pazienti che vanno visti nuovamente. Contatto poi i medici responsabili delle CRA (casa residenza per anziani) con cui prendo appuntamento e quindi mi reco in queste strutture per visitare i pazienti che ne hanno bisogno. A questo si associano le attivazioni da parte dei medici di medicina generale e quindi fulcro della mia giornata lavorativa. Dopo ogni paziente che viene visitato chiamo il medico di medicina generale per aggiornarlo sullo stato di salute del proprio assistito e intorno alle 18:30 mi reco nuovamente in sede a Langhirano dove inizio la parte burocratica del lavoro delle Usca. Che consiste nel compilare il report di ogni paziente, quindi una scheda di segnalazione in cui è registrato tutto quello che è emerso dalla visita. Questi report vengono poi inviati ai responsabili e al medico di medicina generale, oltre che all’ufficio di igiene pubblica”. 


Ci racconta la storia che l’ha segnata di più?
“Non c’è una storia. E’ l’insieme delle persone che ho visto soprattutto quando ho iniziato nei primi giorni di lavoro perché allora il paziente Covid non sapeva realmente di cosa si trattasse ed era continuamente bombardato da giornali e televisione con numeri crescenti di malati e di morti. Quindi ricordo le espressioni di terrore, di insicurezza perché non sapevano cosa li aspettasse. Per di più si sentivano abbandonati e molti di loro non potevano essere visitati o perché il medico di famiglia era malato a sua volta, o perché non c’erano abbastanza dispositivi di protezione. Quindi a volte sentivo l’inadeguatezza nei confronti delle aspettative di alcuni pazienti che pensavano che il medico a casa loro potesse dargli delle informazioni che non avrebbero avuto in altro modo, o a rispondere a domande che in quel periodo ci stavamo ponendo tutti. Quello è stato un momento molto complesso. Per me l’attività Usca è riuscita a creare un contatto reale con un paziente che soffre di una patologia, come il Covid, che purtroppo obbliga a non avere rapporti con altre persone, ad essere soli. Quindi questo secondo me l’aspetto forse essenziale di questa unità è proprio questo: il contatto”. 


Cosa dice a chi sostiene che il Covid non esiste o è poco più di un’influenza stagionale?
“A chi sostiene che il Covid non esiste non bisogna rispondere neanche perché è una mancanza di rispetto verso i morti. Verso i medici che hanno perso la loro vita mentre facevano il loro lavoro, quello di prendersi cura di altri esseri umani, o le persone che hanno perso i propri cari. Oppure verso chi sta combattendo o ha combattuto contro una patologia che può essere davvero debilitante e soprattutto si va in questo modo a sminuire il lavoro dei medici ospedalieri che sono sottoposti a uno stress inimmaginabile, da circa nove mesi. Quindi chi ha il coraggio di fare un’affermazione del genere, che ritengo totalmente fuori dal mondo, va lasciato stare.  Dal mio punto di vista lascia molto il tempo che trova”.

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