Pilastro, si discute dell'Apea a Pilastro. Un nuovo ecomostro in provincia?

Nelle scorse settimane al consiglio comunale di Felino si è discusso nuovamente dell'Apea, un area produttiva che dovrebbe sorgere nella zona di Pilastro. Tra le varie funzioni e competenze non ancora del tutto chiare ve ne sono alcune che destano perplessità e preoccupazioni tra gli abitanti e i comitati ambientali della provincia

Nelle scorse settimane al consiglio comunale di Felino si è discusso nuovamente dell'Apea, un area produttiva che dovrebbe sorgere nella zona di Pilastro. Tra le varie funzioni e competenze, non ancora del tutto chiare, ve ne sono alcune che destano perplessità e preoccupazioni tra gli abitanti e i comitati ambientali della provincia.

Le attività più preoccupanti che vogliono essere inserite nell'area sono lo stoccaggio di rifiuti (discarica) e un grande impianto a biomassa fonte di ulteriore inquinamento e problemi per la salute . Un impianto simile è sorto negli ultimi anni non molto lontano dalla zona di Pilastro: Citterio che da quando è stato acceso, meno di un anno fa, sta avendo una serie di problemi tecnici e non..

Giuliano Serioli, coordinatore di Rete Ambiente Parma ha scritto un articolo che pubblichiamo per intero dove spiega i danni che provocano questo tipo di impianti produttori di energie alternative. 

LA NOTA DI GIULIANO SERIOLI. "Si fa un gran parlare dell'area di Pilastro come sede di un nuovo inceneritore. Una serie di prosciuttifici hanno manifestato da tempo l'intenzione di lavorare i loro scarti in un impianto di rendering e usarli come combustibile per ricavarne elettricità e soprattutto incentivi pubblici. Ci hanno provato a Cozzano ma sono stati fermati dai cittadini.

Nell'APEA (area produttiva ecologicamente attrezzata di 41,5 ettari) di Pilastro è previsto un impianto a biomasse che non crediamo possa trattarsi di cippato di legna, in un'area vocata all'agroalimentare. Come già da altre parti, brucerà scarti di lavorazione del prosciutto, brucerà grasso animale. Il grasso animale stagionato, per la sua composizione -viscosità e acidità- non è idoneo per un buon processo di combustione compromettendo perfino il funzionamento dell'impianto. Gli impianti a biomassa sono altamente inquinanti, emettono annualmente tonnellate di sostanze pericolose per la salute quali: metalli pesanti, polveri sottili e diossina.

Le patologie umane che ne derivano sono: tumori, disturbi endocrini, patologie respiratorie e malformazioni fetali. L'opzione di una biomassa a Pilastro nel cuore della food valley, zona ancora di eccellenza per le proprie tradizioni agroalimentari, inquinando aria, terra ed acqua si configura come autodistruttiva per la stessa economia della zona.

Per la produzione agricola locale una valida alternativa alle centrali a combustione, che pregiudicano la salute umana ed animale, è la costruzione di centrali a biogas che trattano i liquami trasformandoli in concimi naturali senza limitarne lo spandimento come capita oggi. L'eventuale costruzione di una biomassa a Pilastro sarebbe in contrasto con le direttive della Comunità Europea, quali ad esempio quella sulla qualità dell'aria.

Inoltre Pilastro è inserito nel  territorio dichiarato “rosso” dalle stesse amministrazioni, territorio a rischio per l'elevato tasso di inquinamento e da tutelare al punto che persino le attività produttive industriali non devono superare la soglia di inquinamento esistente

Siamo preoccupati soprattutto perché, proprio prima delle elezioni, il comune di Felino ha recepito nel suo Piano Regolatore Generale (PRG) la direttiva Provinciale sull'APEA di Pilastro e sappiamo che le cose non accadono mai senza motivo.

Il PRG, nonostante lo stralcio di alcuni articoli, non è mai stato del tutto annullato anzi, mantiene le sue linee base come ad esempio: “impianto di cogenerazione a biomassa della portata di 900 Kwe”, “particolare attenzione per i depositi e stoccaggi di rifiuti pericolosi”. 

Come può un Comune che si ritiene virtuoso mantenere in essere queste delibere e avvallare questo progetto? A questo punto ci siamo chiesti come sarà tale impianto e, conoscendo un impianto del genere già esistente, Citterio, ne abbiamo simulato caratteristiche e problemi.

1- L'AUTORIZZAZIONE

Sarà a tutti gli effetti un inceneritore perché il grasso è considerato un rifiuto. Regione e Provincia hanno già deliberato in merito che l'autorizzazione è solo a bruciare rifiuti R1 ed R13. A questo punto, però, ci si chiede se sia corretto bruciare rifiuti in un motore endotermico e non in una caldaia ad incenerimento. Il problema è sostanziale: in un motore endotermico, tranne per i picchi, le temperature normali di combustione arrivano a circa 500 °C, in una caldaia di un inceneritore la temperatura di esercizio arriva anche a 1200 °C. La cosa non è secondaria, in quanto le polveri e lediossine vengono abbattute di più alle alte temperature. Interrogata sul fatto, la Direzione Generale della Salute dei Consumatori ( DG SANCO) della CE a Bruxelles così risponde: “Grazie per la sua domanda. Posso confermarle che qualsiasi proposta per un nuovo metodo alternativo di trattamento dei rifiuti dovrebbe essere accertata e valutata da EFSA”. In altri termini, bruciare rifiuti in un motore endotermico non rientra nelle attuali normative europee.

2- IL COMBUSTIBILE

Il grasso animale ha una viscosità decisamente superiore a quella già elevata degli oli vegetali. Considerate che, per fare un esempio, l'olio di colza ha una viscosità 15 volte maggiore del gasolio. Per questo motivo l'utilizzo dei grassi nei motori diesel provoca una combustione incompleta e determina polimerizzazioni degli acidi grassi e formazione di concrezioni carboniose agli iniettori ed alle valvole e grandi emissioni di NOx. Dalla combustione di sostanze organiche si formano idrocarburi policiclici aromatici che, in presenza di cloro, producono diossine.

3-IL MOTORE. Si tratta di un motore lento o navale, da 750 giri al minuto. Ha una cilindrata di 98,5 litri, vale a dire di 98.500 cm3. Sarebbe come avere a Pilastro 10 grossi camion da 10.000 cm3 che rimangono accesi 24 ore al giorno. Il motore lento ha un basso rendimento elettrico, circa del 41%. L'energia elettrica prodotta è di circa 7000 Mwhe, a fronte di autoconsumo di soli 200 Mwe, perchè per avere la tariffa onnicomprensiva di 280 euro a Mwe ( cioè circa 2 milioni di euro all'anno) la destinerebbero tutta ad Enel. Il rendimento termico è del 42%, vale a dire si producono 16.800 Mwht, a fronte di un utilizzo di calore di 3.900 Mwt, neanche 1/4 di quello prodotto. I gas di scarico usciranno da un camino alto 14 metri. Le emissioni dal camino del cogeneratore consistono in circa 45 milioni di Nm3 annui di fumi.

4-IL SISTEMA DEPURATIVO

Nella relazione tecnica sarà presente un reattore catalitico selettivo (SCR) per ridurre gli ossidi di azoto ( NOx) con l'aggiunta di urea nei  fumi, seguito da un catalizzatore ossidante per abbattere il monossido di carbonio (OXICO). Ma se per gli oli vegetali grezzi è sufficiente un solo catalizzatore per abbattere le emissioni e rientrare nei range della normativa, per il grasso animale, nettamente più viscoso, ne occorrono due. Uno a monte che stabilizza la temperatura dei fumi di uscita (450-500°) ed uno a valle che serve ad abbattere il particolato, le polveri sottili (COT). Non basta infatti uno scraubber, cioè una torre di lavaggio a soda caustica, per eliminare le polveri. E invece questi impianti per le polveri hanno solo questo scrubber.

5-LE EMISSIONI

I camini da cui escono i gas di scarico sono due, entrambi alti 14 metri. Uno per gli scarichi del cogeneratore, l'altro per quelli del postcombustore posto all'esterno dell'impianto di rendering. Le emissioni del primo sono di circa 45 milioni di Nm3, quelle del secondo di circa 2 milioni di Nm3. In totale si hanno circa 50 milioni di Nm3 di gas di scarico. La normativa italiana per le centrali a biomassa stabilisce questi limiti: polveri 100 mg/Nm3, CO 350 mg/Nm3, NOx 500mg/Nm3. Anche prendendo per buoni i dati dell'impianto, nella zona si disperderebbero annualmente più di 15 tonnellate di monossido di carbonio, 25 tonnellate di ossidi di azoto e 5 tonnellate di polveri sottili. Da non dimenticare le emissioni di CO2, circa 500 g per ogni Kwe. Vale a dire 3.500 tonnellate. E poi, soprattutto, le emissioni di diossina. Ma anche il camino del postcombustore emette diossina, perché vi arrivano sostanze organiche volatili (SOV) e fumi di cloro, cioè cloruri, dalla condotta d'aria forzata dell'impianto di rendering per la bollitura degli scarti dei prosciutti. La salatura dei prosciutti, infatti,si fa con cloruro di sodio.

6- L'IMPIANTO DI RENDERING

Durante la cuocitura si verifica autossidazione del grasso con formazione di aldeidi e polimerizzazione degli acidi grassi. Le sostanze organiche volatili e i vapori di cloro causati dalla cuocitura dei SOA a 135° di temperatura a 3 Bar di pressione vengono convogliati in forzata al postcombustore che funziona 8 ore al giorno per 260 giorni. Le emissioni dal postcombustore attraverso il camino sono di 1000 Nm3/h, cioè di 2 milioni di Nm3 annui.La combustione dei cloruri produce diossina. Il postcombustore, è alimentato a metano con gran dispendio di energia. In pratica, quel calore che deriva dal cogeneratore e che dovrebbe limitare i consumi di metano nel rendering è poca cosa a confronto del consumo di  metano del postcombustore. Un non senso.

7- LA ZONA ROSSA

Queste emissioni di CO2 e di inquinanti pericolosi in quantità non certo irrilevanti si sommano agli NOx ed alle polveri sottili (PM10 e nanopolveri) di una zona dichiarata "rossa" dall'amministrazione Regionale stessa. Una zona, cioè, in cui ogni nuova attività produttiva ed industriale non dovrebbe fare aumentare in alcun modo gli inquinanti esistenti, ma dovrebbe essere come minimo a saldo zero. Anzi in un comune virtuoso, come intende definirsi l'amministrazione di Felino, le nuove attività produttive dovrebbero abbassare gli inquinanti, come intima la DIRETTIVA ARIA della Comunità Europea. Ma i problemi non finiscono qui.

Impianti per la combustione di grasso del prosciutto già esistenti hanno dimostrato problemi di malfunzionamento. La nostra ipotesi è che il grasso da scarti di produzione del prosciutto abbia un'acidità totale molto elevata  in quanto la stagionatura provoca già

ossidazione che va a sommarsi all'autossidazione della cuocitura del grasso.

Bruciare il grasso in quelle condizioni provoca rapidamente incrostazioni alle valvole del motore ed addirittura ne causa un rapido deterioramento ed alla fine la sua distruzione. Riteniamo che per il funzionamento di tali impianti si renda necessario un processo chimico per purificare il grasso. 

Prima vengono utilizzati dei cosiddetti tensioattivi, gli alchilbenzensolfonati (ABS), per separare gli acidi grassi dai trigliceridi, successivamente vengono neutralizzati con soda caustica originando così solfonati sodici, la cui parte lipidica è adatta ad essere bruciata mentre l'altra, quella più acida, deve essere smaltita in qualche modo. Nelle falde acquifere? Nel sistema fognario? In questi casi non aumenterebbero i costi di depurazione a carico dei cittadini? E pensare che le biomasse vengono etichettate sotto il buon nome di “energia pulita” e “rinnovabile". 

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