Ci hanno rotto il calcio: ora che anche la Francia ha chiuso, cosa farà l'Italia?

Ci hanno rotto il calcio: ora che anche la Francia ha chiuso, cosa farà l'Italia?

Un'immagine di Parma-Spal - foto Ansa

La Francia che sospende la Ligue1, la Spagna che fa i conti con protocolli, stila linee guida e si appella alla frenata del contagio, la Germania aspetta giovedì di sapere in che direzione andrà dopo aver parlato con il Governo e – magari – aver ottenuto il via libera per la benedetta ripresa del campionato di calcio. La Premier che spinge e torna in modo pragmatico, qualcuno dice in maniera cinica, in campo per gli allenamenti. E’ toccato all’Arsenal, Mou è arrivato secondo e il suo Tottenham seguirà l’esempio dei londinesi di Highbury. E l’Italia? Aspetta, prende tempo, forse per vedere cosa fanno gli altri. E’ così non solo nel comparto stagno del calcio che sembra destinato a non ripartire. Il calcio però si rivela più che mai lo specchio di un Paese troppo spaventato per mordere il freno. I danni mietuti dal coronavirus restano sotto gli occhi di tutti, la politica ora come ora non pare in grado di mettere una pezza all’emorragia che sta lacerando le regioni. Mentre si riflette sui programmi da varare per andare avanti, con la speranza che non si giochi al rimpiattino e che non ci sia solamente il solito rimando di  responsabilità dall’una all’altra spalla, si cerca di trovare una soluzione per porre fine all'annosa questione. Certo che in questo contesto chi parla di calcio rischia di passare per scemo, oppure per irresponsabile.

Ma il calcio però resta un’azienda. Che versa allo stato ogni anno in media un miliardo di euro. Tanto per intenderci: quanto è costata la Tasi agli italiani.Con 4,7 miliardi di euro contribuisce al fatturato diretto generato dal settore costituendo il 12% del Pil del calcio mondiale. Il gettito fiscale generato dal calcio professionistico è di 1,500 miliardi di euro con un incidenza del 70% rispetto al gettito fiscale dell’intero comparto sportivo. Ha un impatto sociale imponente con 32,4 milioni di persone che si dichiarano interessate al calcio. E’ la dodicesima industria del Paese e dà lavoro a circa 500 mila persone, esclusi i calciatori.

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La Serie A sostiene tra l’altro enormi costi e finanzia quasi tutti gli altri sport del Paese. Nell’attesa dell’incontro decisivo previsto per l’8 maggio con il Governo, che dovrà prendere visione del protocollo Figc al netto delle rivisitazioni, si continua a brancolare nel buio in un contesto in cui ognuno dice la propria spesso nel tentativo di far prevalere l’interesse personale. E guardando solo al proprio sfuma l’interesse collettivo del sistema. Bruciare ogni possibilità di ricavo significherebbe radere al suolo l'intero sistema e non avere più la forza economica per ripartire. L’ha fatto capire il direttore sportivo del Parma Daniele Faggiano parlando di ‘ossa rotte’ come conseguenza allo stop. Le certezze per i prossimi mesi sono pochissime, a partire da quelle economiche. La nota stonata del decreto governativo che prevede allenamenti nei parchi vietando ai calciatori di lavorare ‘in sicurezza’ al chiuso dei centri sportivi sanificati è stata una stonatura perfetta che ritrae il moneto della confusione generale nel quale il calcio – ma non solo, tutto il Paese – si vede costretto a navigare al netto delle difficoltà evidenziate dal maledetto virus. Che è giudice di molte situazioni e nasconde l’inettitudine di una classe dirigente che fugge – pare – dalle responsabilità di decidere. In un verso o nell’altro. E in caso di sospensione del giochino chissà come sarà torrida l’estate dei ricorsi.

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