Il Prof. Andreini: "Come in Cina, anche in Italia deve ripartire il calcio"

Il preparatore atletico di Roberto Donadoni: "Qui a Shenzhen è tornata la normalità. Ma le immagini di Bergamo sono strazianti. E' difficile stare lontano dai miei familiari"

Giovanni Andreini, preparatore atletico dello Shenzhen

"Familiari e amici erano terrorizzati, sentirli anche solo al telefono è stato un disastro. L'immagine dei camion dell'esercito che portavano via le bare da Bergamo è stata straziante". Giovanni Andreini è lontano dall'Italia. Per lavoro vive in Cina, fa il preparatore atletico nello staff di Roberto Donadoni, è passato da Parma. Ha vinto. E convinto. Giovanni Andreini è ancora per tutti il prof. Lavora a Shenzhen, nella provincia del Guandong, la 'provincia cantonese' situata sulla costa meridionale della Cina continentale. Il suo Shenzhen ha ripreso le attività, c'è da portare a termine la China League One, interrotta dal coronavirus. E' lontano fisicamente, ma il pensiero è rivolto ai suoi cari, in Italia, ad Alzano Lombardo, uno dei centri più colpiti dalla maledetta epidemia. "Adesso sembra che vada un po' meglio, è stato un periodo terribile. Stare lontano dalla propria terra, dai propri cari già in condizioni di normalità presenta delle difficoltà. Con il virus è stato un disastro. Erano terrorizzati, io con loro. Abbiamo perso degli amici, la notizia della scomparsi di uno di loro mi ha particolarmente turbato. Erano i primi periodi dell'epidemia, purtroppo poi con il passare del tempo se ne sono aggiunti altri. Un disastro". Difficile anche parlare di calcio in questi contesti, al limite tra l'incubo e la più reale percezione della fragilità umana che si percepisce di fronte a una dimensione meno globale e più ridotta perché vive il dramma comune di un brutto sogno che tale puretroppo non è.  Eppure in Cina qualcosa si muove. L'Italia è appena entrata nella Fase due, si è affacciata sporgendo il muso in avanti con tantissima paura di dover fare passi all'indietro. La macchina deve rimanere in moto. Il calcio, uno dei comparti che genera più guadagno per l'intero Paese, è rimasto però indietro, sospeso tra le ultime uscite sconsolate a porte chiuse, condizione necessaria per proseguire da qui alla fine dell'epidemia, e l'indecisione di una classe politica che spesso utilizza il pallone come termine di paragone, facendolo diventare talvolta l'ultimo dei problemi, altre un veicolo di sfogo per gli italiani chiusi in casa da oltre un mese e mezzo. Con mille difficoltà si prova comunque a stilare un piano che sia garanzia di una ripartenza in totale sicurezza. Tra i problemi però ci sono gli allenamenti e la preparazione atletica, dopo due mesi di stop forzato. 

Prof, intanto qual è la situazione in Cina? 
"Dopo la quarantena in completo isolamento e due tamponi, qui da noi a Shenzhen è tornato tutto nella norma. Abbiamo l’obbligo di indossare le mascherine in giro per la città ma ci alleniamo regolarmente presso il nostro centro sportivo".

Cosa vuol dire dopo due mesi riprendere ad allenarsi? 
"La ripresa in questo momento è particolarmente delicata dal punto di vista fisico, perché questo isolamento ha limitato molto l’attività fisica, anche se tutti i miei colleghi hanno dato programmi personalizzati a tutti i loro atleti. Però è mancato per troppo tempo il campo e il gioco".

Quali sono le maggiori difficoltà?
"Tempi e modalità. Il tempo a disposizione per poter costruire una preparazione accettabile in funzione di una coda di campionato che ancora non sappiamo come sarà. A questo mi riferisco quando parlo di modalità".

Quali sono i rischi per un giocatore? 
"Non vedo particolari rischi a livello fisico, sarà una ripresa sicuramente anomala, diversa da quello che abbiamo vissuto finora. Fondamentale sarà l’atteggiamento mentale: aver passato tutto questo e poter ripartire con il calcio sarà sicuramente una fortissima spinta per far tutto al meglio e con il massimo impegno".

Che tipo di preparazione deve svolgere un calciatore?
"Il più possibile deve lavorare con la palla, fare attenzione allo stile di vita preoccupandosi come sempre di alimentarsi in maniera sana, di dormire bene per recuperare e dell'integrazione".

Quali sono le situazioni da evitare? 
"I sovraccarichi iniziali. Ripeto: è tutto molto diverso dalla solita consuetudine. Lavorare più sull’aspetto mentale è la priorità, poi quello fisico verrà da sè". 

Quanto tempo ci vorrà per tornare in forma?
"Considerando tutto credo che in un paio di settimane  “la macchina” dovrebbe essere a regime e poi un’altra settimana per poter lavorare ed affinare i particolari".

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Voi siete tornati a giocare a calcio, per lo meno ad allenarvi, ma mentalmente come si convive con il rischio di un nuovo contagio? 
"Nella squadra il clima è sereno, complice il fatto che dalla fine di gennaio a metà marzo siamo stati in ritiro fuori dalla Cina. Abbiamo tutti la consapevolezza nella continua prevenzione, cerchiamo un po’ di spensieratezza nelle due ore passate in campo. Certo poter rifare il proprio lavoro dopo tutto è una magnifica sensazione. È questo che cerco di trasmettere ad amici e colleghi che sento a casa".

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