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Gervinho - foto Ansa

Gervinho - foto Ansa

Africa, treccine e Parma: tutto il mondo di Gervais

Gli amici, la sua famiglia, l'allocco, il suo piatto ivoriano: tutto nella nuova vita di Gervinho che sabato si è preso il Tardini

Nell’abbraccio con Roberto D’Aversa dopo ottantacinque minuti di sgroppate, Gervinho si è un po’ sciolto. Ha ricambiato prima l’applauso di uno stadio intero che si è levato sulle gambe per lui, per spellarsi le mani dopo la sua folle corse verso la porta di Cragno, una corsa che vale la gloria. Sua e quella del Parma. Poi si è sistemato il fascione che gli copre la fronte, ci ha messo dentro le treccine e si è asciugato il sudore. Probabilmente Gerva ha capito di essersi preso Parma in un paio di apparizioni, grazie a quel suo modo di ciondolare sornione sul prato dove si muove un po’ come vuole. “Gli piace svariare, glielo consentiamo – ha detto D’Aversa in conferenza stampa-”. E’ un po’ il modo di manifestare il suo spirito libero tipicamente africano che si sta rivelando una bella manna per i crociati. La sua ‘anarchia’ tattica lo porta davvero ad essere un valore aggiunto in queste prime uscite, dove ha impressionato per come si è calato nella parte di ‘salvatore della patria’ anche se lui nega di sentirsi tale. gervinho-daversa-3-2Arrivato dalla Cina dove aveva fatto poco le fortune dell’Habei, Gervinho è stato preceduto dallo scetticismo generale che ha bersagliato il suo essere professionista prima e ha messo in dubbio che potesse reggere a certi livelli dopo, sapendo appunto che l’ego da sergente di Bob potesse in qualche modo cozzare con la sua timidezza e con il suo modo di fare parecchio affrancato.

Che rientra quando in settimana trasferisce tutta la sua professionalità sul campo di allenamento, dove ascolta attentamente quello che il tecnico gli spiega e lo apprende veloce. Parola di D’Aversa che sabato contro il Cagliari ha capito di avere a disposizione un calciatore che per il suo gioco può essere letale. In quegli ottantadue metri percorsi con la palla tra i piedi, seminando avversari e toccando la sfera undici volte, spiccano la prepotenza e la forza con la quale ha cercato l’ultimo uno contro uno, superando di slancio Klavan e calciando, quando è partito immediatamente dopo la sua area di rigore, con forza e precisione. Un capolavoro pazzesco, un gol che ha portato Rigoni a meravigliarsi e a scuotere la mano per dire: “Ma cosa hai combinato?”. Sommerso dall’abbraccio dei compagni, Gervinho ha esultato inchinandosi dopo aver evocato con le mani il simbolo del cuore. Un cuore grande come quello di Gerva, che apprezza le cose semplici, tipico di uno spiccato spirito africano che ha conosciuto la povertà vera di chi ha vissuto per strada e in strada ha tirato i primi calci a un pallone senza scarpini. Quelli sono arrivati intorno ai tredici anni, quando ancora si chiamava Gervais. Glieli ha regalati l’accademia dello sport di Anyama, centro in cui Gerva è diventato Gervinho grazie a quel paio di scarpini e al suo allenatore brasiliano dell’Asec Mimosas che gli ha voluto dare il nome d’arte per distinguerlo dagli altri. E’ lì che ha conosciuto anche l’amicizia vera: la banda Gervinho lo segue praticamente ovunque. A Roma, in Cina e a Parma. Sono la sua famiglia, lo aiutano in tutto e gli stanno vicino nei momenti delicati, quando un piatto di allocco (banane plantain fritte con olio di semi di arachidi), li riporta tutti nella loro Costa d’Avorio.

gervaMomenti difficili, dicevamo, come quelli passati in Cina, dove la proposta che non puoi rifiutare, quella degli otto milioni a stagione, lo ha portato un anno e mezzo lontano dall’Italia. Soldi a parte, Gervinho non si è portato più nulla dall’Habei, dove il calcio meno tattico e frizzante rispetto a quello italiano, lo ha portato a ritornare nel Bel Paese di cui ammira la cucina (mangia pasta e carne, niente pizza) e la gente. Che ha conquistato con il suo modo di fare, con i suoi cappellini marchiati e personalizzati e con un gol. E che gol

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