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La dichiarazione choc: "La pizza? È migliorata a New York, finché era a Napoli è stata una schifezza"

Alberto Grandi, professore all'Università di Parma, spiazza tutti e spiega: "La cucina italiana è frutto di contaminazioni. Nel dopoguerra si mangiava meglio in Belgio che in Italia"

"Finché è rimasta a Napoli la pizza è stata una grandissima schifezza". Parola di Alberto Grandi, storico dell'alimentazione e docente all'Università di Parma, nonché autore del libro 'Denominazione di origine inventata' (2018), da cui è nato anche un podcast di successo. Il suo cognome è finito su tutti i giornali dopo l'intervista rilasciata al Financial Times in cui lo storico ha messo in discussione alcuni grandi classici della cucina italiana. Esponendo una teoria che per la maggior parte dei nostri connazionali risulta piuttosto indigesta: "La cucina tipica italiana è in verità più americana di quanto non sia italiana". 

L'esempio più clamoroso è quello della pizza. "I dischi di pasta con sopra alcuni ingredienti" esistono ovunque nella cultura mediterranea, ha sottolineato lo storico dell'alimentazione nell'articolo del Financial Times (che per inciso è stato scritto da un'italiana, Marianna Giusti, ed è assai ben documentato). Non solo. Secondo Grandi fino alla metà del secolo scorso la pizza si trovava solo in poche città del sud Italia ed era un alimento mangiato dalle classi sociali meno abbienti. Prova ne è il fatto che i soldati italo-americani spediti nella terra dei loro avi durante la Seconda guerra mondiale si stupivano del fatto che non ci fossero pizzerie nel Belpaese, comunicandolo con disappunto nelle proprie lettere alle famiglie. E il primo ristorante a servire esclusivamente pizza non aprì in Italia, ma a New York nel 1911. 

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