Aemilia: continuano le rivelazioni del pentito Giglio, affari anche con le tangenziali di Parma e Fidenza

L'uomo racconta ai magistrati la strada compiuta dagli anni '90 a oggi, tra illeciti legati agli appalti pubblici e l'autotrasporto. Fatture gonfiate e giochi con l'iva fino ad arrivare al contatto con la 'ndrangheta nel 2010.

Proseguono le rivelazioni del primo pentito nel processo scaturito dall'operazione Aemilia contro la 'Ndrangheta in Emilia Romagna, Giuseppe Giglio. Giglio racconta la sua scalata chenzia non con i palazzi ma con gli appalti per irregolari le tangenziali di Parma e Fidenza. Lo ha rivelato Giglio stesso ai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, spiegando che gli affari illeciti intorno agli appalti per questo tipo di opere pubbliche erano partiti già nel anni '90, precisamente nel 1991/'92, quando collaborava nella zona del parmense con alcune società come autotrasportatore, società che detenevano gli appalti delle tangenziali di Parma, Fidenza e Reggiolo. Il trucco all’epoca era quello di gonfiare le fatturazioni. Il pentito spiega ai magistrati che tutto si giocava sull'iva che veniva trattenuta, mentre imponibile veniva dato indietro. Spiega anche che a fronte di dieci ore lavorate lui stesso ne fatturava venti o trenta. A quanto pare il pentito spiega anche che in quel periodo era entrato in contatto con le aziende locali senza intercessioni da parte di nessuno. 

Giglio ritorna in zona nella seconda metà degli anni '90, dopo Tangentopoli e con un nuovo mezzo, lavorando soprattutto nella zona di Gualtieri, trasportando ghiaia dal Po. Qui il gioco era quello di rivendere il materiale trasportato in nero, gioco avallato da chi gestiva il lavoro delle cave nella zona del mantovano.

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Da lì arrivano i guadagni e la conseguente apertura di una società con i fratelli Muto, anche loro calabresi, per occuparsi di movimento e commercio di inerti. E' del 2000 il contatto con la famiglia 'ndranghetana Arena, che organizzano falsi fallimenti per lucrare sull'iva. Nel 2010, invece, arrivano gli affari con il clan Grande Aracri, Giglio racconta di essersi trovato in difficoltà in seguito all'arresto di un suo socio e di essere stato costretto a scendere a patti ed accettare denaro da questi soggetti. Di qui la società con l'imprenditore Francesco Falbo per il riciclaggio di denaro della famiglia Grande Aracri e la conferma dell'arrivo di un sacchetto di immondizia riempito con 500 mila euro, proveniente direttamente da Cutro. Il denaro in parte venne utilizzato da una società di Falbo e Giglio a garanzia dell'acquisto di un capannone vicino all'autostrada di Parma, capannone che poi sarebbe stato rivenduto e i cui proventi sarebbero stati divisi tra i due soci e la n'drangheta.

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