Infermieri in trincea al Maggiore: "Costretti a lavorare con i sacchi di immondizia ai piedi"

La testimonianza dei sanitari impiegati in corsia a Parma: "Turni massacranti, a volte ci prende lo sconforto ma andiamo avanti perché è fondamentale non mollare"

“Siamo in un posto dimenticato da tutti ma non ci interessa. Ci mettiamo mezz’ora per vestirci e quaranta minuti per svestirci, ci mettiamo gel per le mani dappertutto, anche nei capelli”.

E’ un grido di dolore questo che giunge dalle corsie dell’Ospedale Maggiore di Parma, quello di un’infermiera di reparto catapultata nella tempesta. L’Ospedale è impegnato nella lotta al coronavirus. E da oltre un mese è guerra con medici e infermieri impegnati in prima linea a fronteggiare un nemico che mostra pochissimi segni di debolezza. Il personale medico, dagli operatori del 118 fino ai medici, passando per gli infermieri, è quello più esposto al rischio, il contagio continua a mietere vittime anche tra chi le vittime dovrebbe evitarle, segno probabilmente di una carenza che si evince nei dispositivi di protezione che al momento sono la fragile armatura crepata ma non distrutta di chi lavora in ospedale. Che forse non attutisce del tutto i colpi del nemico ma regge ancora: da oltre un mese gli infermieri sono armati di professionalità, pazienza, ottimismo, sconforto e lacrime, dispensano sorrisi e pacche sulle spalle, motivati da striscioni e abbracci, abbattuti da pianti di frustrazione e supportati da urla di gioia.

Un mix fortissimo di emozioni che si vive in corsia per via dell’epidemia che non molla la presa. Il tempo di un the caldo, qualcuno si tiene su con un caffè, a casa si dorme pochissimo, il pensiero abbraccia la paura ma la forza di andare avanti è più grande e non si può mollare. E’ pesante, ma è un lusso che non si possono permettere. Chiusi nella loro protezione assai volubile, la corteccia che difende l’anima deve per forza di cose essere più forte dei dispositivi di protezione:

“Siamo sempre più bardate e ai piedi abbiamo i sacchi del rudo come calzari: abbiamo cerotto e nastro da pacchi ovunque. Siamo in crisi prima di entrare ma quando entriamo ci si stringe il cuore e passa tutto. Andiamo tutto il giorno e non ci sediamo mai”.

I segni della battaglia si vedono; sul viso per la pressione di maschera, visiera e cerotti. Molto più profondi invece sono le cicatrici che non si vedono, quelle che segnano il cuore, che rimarranno forse per sempre senza mai andare via e che a ogni battito ritorneranno in mente. 

“Ci facciamo forza una con l’altra  – dice un’infermiera che vuole rimanere anonima -, ci diciamo tante stronzate per ridere un po’ e perché la mascherina ci fa ossigenare poco”. In attesa di una boccata d’aria per tornare a respirare: intanto si vive come in apnea. Più lungo è il respiro, più grande è la paura e più grande sarà la voglia di uscire il prima possibile.

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