"Col Covid ho visto la morte in faccia, per farcela ho pensato a mio figlio"

Il messaggio di Marta, tra le prime ad ammalarsi a Parma: dal virus si può guarire

Marta è una paziente della prima ora: è guarita. Adesso sorride, prova a riprendersi la sua vita in mano e si gode la spensieratezza di suo figlio che ha 11 anni. “Ho temuto di non poterlo rivedere. Questo virus ti abbatte anche dal punto di vista psicologico, soprattutto: è come se ti togliessero un pezzo della tua vita. Se solo non fossi andata a quel corso di ballo…”.

Ci spieghi.
“Sono stata una delle prime ad andare in ospedale a Parma. Ho avuto la febbre alta per giorni, mi sono preoccupata. Tutto è cominciato così: all’inizio di febbraio sono andata con il gruppo di ballo in un locale di Codogno. La settimana seguente ci siamo ritornati, siamo stati all’ultimo corso di ballo e a distanza di dieci giorni si sono manifestati i sintomi: febbre alta con dolori muscolari. Non scendeva più. Ho contattato il mio medico, mi aveva detto poteva essere una influenza banale. Ero tranquilla all’inizio, la febbre non scendeva però e mi sono allertata. Il sospetto del Covid c’era anche se eravamo all’inizio e ancora non era scoppiata l’epidemia. Ma nel nostro corso di ballo è stata ricoverata una persona. A quel punto ho cominciato a temere seriamente di aver contratto il virus”.

Come ha proceduto?
“Mi sono rivolta al mio medico, intanto nessuno è venuta a fare il tampone. Allora ho spinto con il mio medico al ricovero, ero sola a casa, avevo paura. L’ambulanza è arrivata a mezzanotte, sono stata una delle prime a entrare nel reparto di infettive. Mi hanno fatto subito il tampone, poi me l’hanno ripetuto il giorno dopo: era positivo in entrambi i casi. Il 25 febbraio mi hanno ricoverata”.

Come ha vissuto la sua degenza?
“Sola, o meglio: isolata. Nessun contatto neanche con i medici. Mi hanno visitata solamente al momento del ricovero. Ogni comunicazione avveniva via citofono, entravano nella mia stanza solo per la saturazione o per il prelievo della temperatura. Mi chiedevano cosa volessi da mangiare e cosa volessi bere a distanza, me lo lasciavano fuori dalla porta, mi alzavo dal letto e andavo a prenderlo.  Non avevo particolari problemi di respirazione. Ho trascorso una settimana in una stanza, da sola per i primi due giorni: era il protocollo. Dopo hanno portato dentro una signora che aveva sintomi più forti dei miei, febbre molto alta ed effetti collaterali pesanti dovuti alla terapia antivirale”.

Anche lei sintomatica della prima ora?
“Sì. La signora aveva la mamma ricoverata a Codogno ed è li che ha contratto il virus. Ancora prima che scoppiasse pubblicamente questa situazione lei era stata già ricoverata. Durante il giorno mi raccontava un po’ di sua madre, che purtroppo nel frattempo ha perso la vita. E’ entrata a Codogno all’ospedale e non l’hanno più fatta uscire. Lei la accudiva. Appena è uscita dall’ospedale ha mangiato un panino in macchina senza lavarsi le mani. E’ lì che deve aver contratto il virus. Era molto giù di morale. Aveva sicuramente bisogno di supporto”.

Lei riusciva a contattare i suoi familiari?
“Telefonicamente e con video chiamate. Mia madre è rimasta Ungheria, io vivo qui da anni, gestisco il personale di un agriturismo, organizzo eventi. A Parma abito con mio figlio. Al quale non ho raccontato nulla in quei giorni per proteggerlo, non volevo farlo spaventare. I medici mi chiamavano sul cellulare per capire di cosa avessi bisogno e cercare di tenere sotto controllo la situazione. Appena ho potuto ho scelto di essere dimessa: c’era altra gente più bisognosa di me. La febbre però non scendeva subito, durante il giorno appena potevo leggevo e ascoltavo musica. Mi hanno lasciato usare il telefono”.

Cosa le resta dopo questa esperienza?
“La paura. Tanta. A mio figlio non gliel’ho raccontato, ha 11 anni e non l’ho voluto spaventare più di tanto. Avevo paura di perdere quello che ho costruito, pensavo a tutte le persone che avrei potuto mettere nei guai solamente per il fatto di averle frequentate.  Mi sentivo addosso la responsabilità di averle contagiate. Ho avuto paura di perdere tutto e di non sapere se fossi guarita e quando. Ti spaventi tantissimo, hai paura di perdere la vita. Ho avuto fiducia però nei dottori, non ho mai abbandonato l’idea di uscirne. Adesso ho capito che si può guarire”.

La prima cosa che ha fatto quando è uscita dall’ospedale?
“Ho abbracciato mio figlio solo al secondo tampone. Sono uscita il 2 marzo, ho avvertito prima lui e poi mia madre in Ungheria, oltre a tutti i miei amici. Sono stata in isolamento due settimane, mi portavano la spesa a casa, non avevo contatti. Eppure…”.

Eppure?
“Eppure mi è tornata la febbre. E li sono piombata nella paura ancora una volta. Ma come era possibile? Mi hanno fatto il tampone l’11 e 12 marzo. Negativo. Ma la febbre c’era. Avevo paura di uscire, di andare a comprare il pane, di infettare gli altri. Intanto il mio medico mi ha prescritto una cura antivirale. E’ andata bene. Solo allora ho avuto modo di abbracciare veramente mio figlio che adesso vive qua con me”.

Come gliela spiegherà questa storia con lieto fine?
“Con il fatto che bisogna dare precedenza alle cose importanti della vita, che sono anche quelle più semplici: la felicità è nelle cose semplici, ci dobbiamo dedicare alle nostre famiglie e ai nostri amici, va ridimensionata l’esigenza e va ripensato tutto. Quanto ci manca adesso prendere un caffè al bar?”.

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