Cronaca

Ospedale di Parma, terapie personalizzate: dalla Regione 1milione e 200mila euro per 3 progetti di ricerca

La medicina di precisione è il filo conduttore degli studi che portano la firma di Marcello Tiseo, Carlo Ferrari, Giovanni Roti e Benedetta Cambò

Sono tre i progetti dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma vincitori del bando Ricerca finalizzata (FIN-RER) promosso dalla Regione Emilia-Romagna, con 1,2 milioni di euro complessivi. Il bando ha l’obiettivo di sostenere progetti di ricerca finalizzati al miglioramento della qualità dell’assistenza e della salute dei cittadini. La linea di ricerca che guida le proposte dei clinici del Maggiore è la Medicina personalizzata con l’obiettivo di realizzare un percorso di cura che tenga conto delle caratteristiche individuali dei pazienti per definire una terapia “su misura”.

“La vincita di ben tre bandi su temi di grande interesse per il nostro Servizio Sanitario Regionale, come la medicina personalizzata, è un grande traguardo per l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, centro sempre più competitivo nel campo della ricerca scientifica – precisa Massimo Fabi, direttore generale dell’Ospedale Maggiore-. E’ grazie alle qualificate competenze dei nostri ricercatori e dei nostri clinici che riusciamo a raggiungere un altro importante risultato che arriva in un anno particolarmente complesso per il nostro Ospedale, impegnato ad affrontare l’emergenza sanitaria, a dare risposte di cura su tutte le patologie non Covid e a proseguire le attività di ricerca scientifica, presupposto fondamentale per una sanità sempre più innovativa. L’impegno del personale del Maggiore è davvero straordinario”.

“La medicina personalizzata è una delle sfide più importanti di questi anni, e in essa la ricerca ha un ruolo essenziale – commenta il Rettore dell’Università di Parma Paolo Andrei -. Condivido senz’altro la soddisfazione del dott. Fabi per gli ottimi risultati in questi tre bandi, e ringrazio i gruppi di ricerca per il loro lavoro. I vincitori sono docenti e ricercatori dell’Ateneo, e in questi anni, con i loro studi, hanno raggiunto traguardi di assoluto rilievo che vanno naturalmente a beneficio anche dell’attività assistenziale. Per l’Università la connessione tra ricerca e assistenza è molto significativa, e mi piace sottolinearla aggiungendovi anche la didattica: tutto va visto in quest’ottica, in una integrazione strettissima e virtuosa”.

Uno dei progetti vincitori del bando è lo studio condotto da Marcello Tiseo, Responsabile del Day Hospital Oncologico dell’Ospedale Maggiore sul trattamento dei tumori solidi in particolare polmonari, renali e melanoma.

“L’idea progettuale – sottolinea Marcello Tiseo - ha l’obiettivo ambizioso di definire un profilo radio-immuno-genomico che potremo utilizzare prima di avviare un paziente ad un trattamento con immunoterapia”. L’immunoterapia, infatti, rappresenta una delle nuove frontiere nel trattamento dei tumori, ma risulta molto efficace in una quota minoritaria di pazienti. Per questo la ricerca mira a identificare fattori in grado di selezionare i malati che possano trarre massimo beneficio dalla terapia. L’obiettivo è di individuare una “firma” attraverso le informazioni raccolte nel plasma, nel tessuto tumorale e nelle indagini radiologiche (quali TAC) e di medicina nucleare (quali la PET), che possa essere utilizzata per predire l’efficacia di un trattamento immunoterapico in un dato paziente. “E’ un progetto multidisciplinare – spiega il Dott. Tiseo – che sarà realizzato in Ospedale grazie alla collaborazione di Enrico Maria Silini (Direttore, Anatomia Patologica), Gabriele Missale (Malattie Infettive ed epatologia), Nicola Sverzellati (Direttore Scienze Radiologiche), Livia Ruffini (Direttore Medicina Nucleare) e grazie al contributo della Unità Operativa Ricerca e Innovazione ed in particolare di Giuseppe Maglietta, biostatistico, per la parte di progettazione dello studio”.

Altro progetto vincente è quello guidato da Carlo Ferrari, direttore dell’Unità Operativa di Malattie infettive ed Epatologia dell’Ospedale di Parma sul trattamento dell’epatite B. Lo studio si basa sulla scoperta, derivata da studi precedenti condotti nel laboratorio del proponente, che una delle alterazioni chiave dei linfociti T CD8 positivi in corso di epatite cronica B è rappresentata da una compromessa funzione mitocondriale, che provoca disfunzione dei linfociti CD8 e contribuisce in tal modo alla persistenza del virus nell’organismo infettato. “Partendo dalla nostra precedente osservazione che antiossidanti mitocondriali possano indurre un ripristino della funzione mitocondriale linfocitaria e conseguentemente un miglioramento della funzione anti-virale dei linfociti CD8 in vitro - sottolinea Carlo Ferrari – il nostro studio valuterà se queste molecole abbiano lo stesso effetto in vivo su pazienti con epatite cronica B, permettendo di curarne l’infezione”. Di tali molecole sono già disponibili tutti i dati di tolleranza e di tossicità sull’uomo in quanto già utilizzate in passato nel trattamento di altre patologie. Per questo, sarà possibile passare direttamente dallo studio di laboratorio al loro utilizzo terapeutico nei pazienti. Lo studio prevede inoltre di identificare parametri predittivi di risposta a queste nuove strategie terapeutiche, per riuscire in futuro a selezionare i pazienti che più potrebbero giovarsene.

Giovanni Roti e Benedetta Cambò, ricercatori dell’Unità Operativa di Ematologia e CTMO, sono i coordinatori del progetto che coinvolge i pazienti affetti da leucemia acuta. L’analisi del genoma dei tumori permette di indentificare molte delle lesioni molecolari ma solo in una minoranza dei casi indica la strada per una corretta terapia. In questo studio “Invece di individuare il trattamento sulla base della genetica - spiega Giovanni Roti - utilizziamo librerie di farmaci e le testiamo direttamente sulle cellule dei pazienti. Attraverso la genetica cechiamo di capire perché quelle cellule siano sensibili ad un determinato composto”. In questo modo sarà possibile sapere prima della somministrazione dei farmaci, se il paziente è potenzialmente sensibile o resistente ad una determinata terapia. Il progetto parte dal laboratorio per arrivare direttamente al paziente con un approccio definito “N-of-1 trial” in cui il singolo paziente è al centro della sperimentazione.

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