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Presa diretta sulle comunità, Agevolando alla redazione: "Occorre fare chiarezza"

Dopo la puntata del 25 gennaio scorso di Presa Diretta sulle comunità per minori, l'associazione Agevolando prende posizione scrivendo una lettera alla redazione e chiedendo di fare chiarezza affrontando anche altri aspetti della questione

L'associazione onlus Agevolando, che da anni si occupa di fornire un sostegno concreto ai giovani fuori famiglia, in uscita da percorsi di affido o comunità, che ha aperto una sede anche a Parma, prende posizione a seguito del servizio di Presa diretta riguardo le comunità per minori. !Case e non gabbie. Luoghi di accoglienza e protezione e non luoghi di sofferenza o in cui si fa business. Un punto di vista molto diverso, quello delle ragazze e dei ragazzi dell’Associazione Agevolando, da quello che “Presa Diretta” ha portato alla ribalta nella puntata di Domenica 25 Gennaio - sottolinea con una nota l'associazione. Per questo, dopo la lettera, purtroppo inascoltata, che abbiamo già scritto alla redazione di Presa Diretta LEGGI LA LETTERA vogliamo ancora una volta far sentire la nostra voce e il nostro punto di vista. Siamo d’accordo sul punto di partenza del programma: la crisi economica e i tagli al welfare portano a una quasi totale assenza di politiche in favore dei minorenni e delle loro famiglie. Ma ci dispiace che una trasmissione così autorevole abbia trattato in maniera tanto superficiale e unilaterale l’argomento".

Sulla vicenda prende posizione anche il presidente nazionale Agevolando, Federico Zullo, che sottolinea : “E’ importante conoscere il mondo dell’accoglienza dei minorenni fuori famiglia per quello che rappresenta, a partire dalle loro storie e dai dati reali, e non seguendo ideologie e generalizzazioni che spesso partono da fatti di cronaca singoli e circoscritti”. "Chiediamo allora chiarezza: a partire dalla testimonianza del ragazzo intervenuto in trasmissione. Il suo drammatico racconto ci fa dire che se esistono casi in cui i ragazzi in comunità gli ospiti subiscono maltrattamenti o violenze, ciò debba essere prontamente denunciato - sottolinea l'associazione -. Ribadiamo inoltre, come già più volte abbiamo affermato insieme ad altre organizzazioni, la necessità di stabilire standard di accoglienza unificati, un registro nazionale delle comunità, maggiori controlli, anche a sorpresa. Ogni strumento atto a garantire protezione e tutela nei confronti dei bambini e dei ragazzi deve poter essere attuato. Altra questione: pur non essendo i giudici onorari a decidere se un bambino o un ragazzo allontanato debba andare in quella o quell’altra comunità (compito che spetta agli assistenti sociali), siamo d’accordo sul fatto che, per sfatare ed evitare ogni forma di sospetto (ad esempio che il ruolo di un giudice onorario possa influire, per un qualche interesse personale, sulle scelte inerenti situazioni di possibile allontanamento), tutti coloro che rivestono tale carica non abbiano allo stesso tempo ruoli direttivi o centrali in organizzazioni del privato sociale che fanno accoglienza di minorenni allontanati. Anche le parole di uno degli avvocati intervistati in trasmissione ci fanno riflettere, quando afferma: “Spesso i genitori non vengono sentiti quando si deve decidere degli allontanamenti…”. 

"I genitori sono generalmente conosciuti e ascoltati dai Servizi Sociali, i quali non procedono mai alla “leggera” ad un allontanamento, ma il fatto che, in alcuni casi, ciò non avvenga subito – per motivi di protezione del minorenne - per noi non è un punto di debolezza, ma, anzi, può essere un punto di forza. Perché al primo posto deve stare il superiore interesse dei bambini e dei ragazzi, prima ancora che delle loro famiglie. E lo diciamo a partire dall’esperienza personale di alcuni di noi! Ma questa attenzione non può significare sfiducia indiscriminata nei confronti di chi lavora nel settore della protezione all’infanzia. Le famiglie non devono avere paura di rivolgersi ai servizi sociali. I bambini e i ragazzi che vivono situazioni familiari difficili non devono sentirsi stigmatizzati. “Il messaggio di fondo del servizio “Famiglie abbandonate” è sbagliato, pericoloso e stigmatizzante” – continua Zullo. “Facciamo un paio di esempi: ‘Perché io, famiglia, che ho un particolare problema, devo evitare di far ricorso ai Servizi Sociali poiché, come dicono in televisione, ci sarebbe un complotto per il quale potrebbero portarmi via i figli? Perché io ragazzino, che sto vivendo una situazione di grave pregiudizio in famiglia, dovrei essere portato in un luogo, chiamato comunità, in cui i ragazzi mi maltrattano e gli operatori stanno lì per fare i loro interessi economici?’ Questo è il messaggio che è stato veicolato e non funziona. Iacona dovrebbe prendersi la responsabilità di questo esito!”.

"Molti di noi e molti dei ragazzi che incontriamo (ci occupiamo di neomaggiorenni normalmente già usciti da percorsi di accoglienza che necessitano di aiuto per costruirsi un futuro in autonomia), dopo aver trascorso un periodo in comunità, casa famiglia o affido familiare, scelgono di non far più rientro nella propria famiglia poiché hanno raggiunto la consapevolezza della necessità di “allontanarsi” da ciò che è disfunzionale per i loro bisogni di integrazione, di benessere e di indipendenza. Attraverso il percorso di protezione e cura hanno acquisito autostima, fiducia in sé stessi e desiderio di emanciparsi dalle condizioni di vulnerabilità e svantaggio nelle quali la loro famiglia ancora si trova, o perché ormai troppo problematica o perché ancora incapace di mettersi in discussione. Ribadiamo quindi la necessità di riconoscere la dignità e l’importanza di chiedere aiuto, l’importanza di ragionare sulla questione dei diritti con la dovuta complessità, attenti a sentire le voci dei vari protagonisti, noi compresi, perché è giusto svelare e condannare le cose che vanno male ma altrettanto giusto valorizzare e fare conoscere quelle che vanno bene.

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