"Venduta, stuprata nelle carceri libiche e costretta a prostituirmi a Parma"

Il racconto choc di una ragazza nigeriana partita da Benin City e arrivata nella nostra città: tra violenze, abusi e riti tribali

La storia di Queen (nome di fantasia) è una di quelle piene di sogni e speranze. Che si infrangono contro un muro o si sgretolano durante un viaggio lungo, intrapreso con l’inganno di un’aspettativa vivida, che si scontra contro una realtà terribile. Di quelle che lascia lividi e segni che lacerano l’anima. L’anima di una ragazza poco più che ventenne, che ha avuto la sfortuna di nascere in un presente che non ha futuro. “Sono arrivata dalla Libia, ho percorso migliaia di chilometri stringendo un telefono in mano. Era l’unica cosa che avevo”. Queen parla a fatica, si fa capire masticando un italiano che da mesi cerca di imparare. In mezzo ci mette qualche parola in Inglese, prende fiato e si aggrappa a sua figlia, una splendida bimba di quasi un anno che ha tanta voglia di vivere. Unico ricordo bello di una vita da dimenticare.

Ragazza nigeriana venduta dallo zio a Benin City

Come quella che sua madre va perdendo ogni giorno che passa. Queen è partita da Benin City, l’hub della prostituzione africana che disloca ogni anno migliaia di giovani nigeriane in giro per tutta Europa. Prima di arrivare a Parma, Queen è passata dall’Austria, dove non ha avuto neanche il tempo di cercare un impiego. “Mi hanno cacciata. Sono nigeriana, la mia famiglia è una di quelle povere, che non ha nulla o quasi. Aveva solo me e per cercare di vivere meglio ha pensato bene di vendermi. L’ho capito dopo”. Funziona così a Benin City, evidentemente funziona così in gran parte dell’Africa. E’ dura la vita dei primogeniti, soprattutto se donne e appartenenti a una famiglia numerosa. 

Il fatto di essere ‘il più grande’ presuppone che tu sia d’aiuto e se le tue braccia non sono forti tali da resistere alla fatica dei campi bisogna che il tuo corpo si esponga a cicatrici indelebili. Di quelle che ti segnano per la vita intera. “Mio zio mi ha venduta, non so per quanto. Evidentemente c’era da pagare qualche debito. Ho messo nella valigia quello che avevo, ma l’ho perso. Me lo hanno rubato durante il viaggio – dice Queen guardando il soffitto -“. Un viaggio lungo, deciso da altri. Un viaggio interminabile che culmina con le violenze più assurde. Prima tappa: Libia. 

L'inferno delle carceri libiche: tra abusi e stupri

Dalla Nigeria alla Libia può succedere veramente di tutto. Qualcuno si ferma prima, non fa in tempo ad arrivare, non resiste. Scende, ma non per sua decisione, senza vita alla fermata che precede l’inferno. Chi ha la sfortuna di arrivare in Libia viene relegato nelle Connection House, ‘prigioni’ dove vengono recluse prima di imbarcarsi, dove le donne subiscono angherie di ogni tipo. Stupri di gruppo, violenze. Servono come allenamento, una specie di tirocinio. Una pratica incredibile e difficile da accettare, che illude nella prospettiva che domani sarà migliore. Un domani che mai ci sarà. Quella in Libia è solamente la prima tappa di un viaggio terrificante. Un viaggio che ti hanno offerto, e che non puoi rifiutare. Un’offerta che si trasforma in debito da saldare a caro prezzo. L’Italia e l’Europa in generale vengono viste come l’Eldorado dai paesi poveri: “Io sono partita con la speranza che un giorno sarei diventata un cuoco – dice Queen – e invece mi sono trovata su una strada. A prostituirmi. Dovevo fatturare, dovevo guadagnare per saldare il debito con la madame”. 

Il rito tribale del  Mama Whater e il debito 

La madame. Una donna, ex prostituta che ha fatto ‘carriera’ e che si è guadagnata la promozione a un gradino superiore. E che adesso si circonda di sentinelle, i cosiddetti occhi della madame, attenti vigili che monitorano su queste ragazze nate con la sola colpa di appartenere a una famiglia tribale. Una famiglia che le costringe a terribili riti. Difficili da accettare e soprattutto da sciogliere, dato che le minacce si estendono anche alla stessa famiglia. Queen, come tante della sua età, è devota all’acqua, la divinità che l’ha costretta a fare una vitaccia. Il rito tribale si chiama Mama Whater: una promessa che se sciolta provoca maledizioni. Si mantiene il patto di estinguere il debito.

Mangiando interiora di animali e bevendo il loro sangue misto a quello del capo tribù. Quest’atto tribale implica il silenzio. Il resto lo fa la madame, contattata dalle ragazze una volta sbarcate in Italia. “Io sono sbarcata con questo telefonino e un solo numero salvato. Un telefono satellitare che possono rintracciare in ogni momento. Una volta arrivata a Lampedusa – dice Queen – mi sono fatta forza e ho cercato di andare altrove ma sono rimasta imprigionata sulla strada fino a quando ho trovato questa via d’uscita. Un piccolo spazio nel quale mi sono intrufolata con la paura di perdere anche quel poco di vita che mi è rimasta”. Di tutti i soldi che ha guadagnato fino ad ora, a Queen non resta che qualche spicciolo, per curare l’aspetto e sentirsi apprezzata. Nell’armadio conserva parrucche, ne indossava una azzurra, prima di entrare nella comunità che avvia il percorso di recupero. Difficile, ma pur sempre l’unico per continuare a coltivare speranze e sogni.

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