Il rumore del lutto: i versi di Emily Dickinson rivivono con Engelbrecht

E' dedicata alla vita la settima edizione della rassegna Il rumore del lutto, uno spazio di riflessioni sulla vita e sulla morte. Adriano Engelbrecht racconta a ParmaToday l'azione scenica alla Villetta

Viatico del sentire al cimitero monumentale della Villetta

Non conosciamo il tempo del distacco -/ Il tremendo momento accade/ E prende il suo posto fondamentale / Fra le certezze - /Una ferma apparenza ancora ci anima /Un biglietto - un'occasione - un amico - /Lo spettro di solidità /La cui sostanza è sabbia –”. I versi di Emily Dickinson risuonano nel cimitero della Villetta grazie a 'Viatico del sentire', un’azione scenica di Adriano Engelbrecht, nell’ambito della rassegna 'Il rumore del lutto'. Suggestioni continue provocate da quei versi che Engelbrecht recita senza mai mostrarsi, scegliendo di rendere loro i veri protagonisti, lasciando lo spettatore ad ascoltare quelle parole che raccontano di sofferenza, di amore, di solitudine, di vita. Uno spazio come il cimitero monumentale, tra lapidi di fine Ottocento, sedie disposte lontane le une dalle altre e il silenzio rotto solo dai versi, portano lo spettatore in una dimensione eterea, riflessiva, intima. Emily Dickinson viveva la sua vita viaggiando solo con la fantasia, senza uscire mai da quella camera nella quale dopo la sua morte furono trovate migliaia di poesie. Sensibilità e acutezza nel guardare al mondo, all’animo umano, a ciò che sfugge e al modo per cercare di raggiungere la felicità. Viatico del sentire fa parte di un passaggio successivo nello studio di Engelbrecht sulla poetessa statunitense, dopo La voce dello sguardo.

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“Agire poeticamente, creare un'azione poetica non significa per me creare uno spettacolo - ci racconta Engelbrecht - penso piuttosto alla creazione di uno spazio in cui poeticamente qualcosa accade. Definire questo qualcosa non è semplice, anzi: più si tenta di definirlo, più questo qualcosa si allontana. Si perde. Ma c'è. Anche in Viatico del sentire la parola, la voce, la musica, saranno, per me e per il pubblico, il fulcro dell'evento. Niente altro. Perché niente altro in questo caso è necessario. Ascoltare. Solo ascoltare. Ascoltarsi. Voce. Versi. Suoni. Senza necessariamente vedere chi parla, chi dice, chi canta. Ma sapere che è lì. Percepirlo, avvertirne la presenza. Accorgersi. L'invito rivolto al pubblico, dunque, è un invito ad entrare nel tempo di un ascolto. Donarsi il privilegio di un tempo differente in una contiguità creativa. E accogliere parole. Qui, nel luogo della memoria per eccellenza”.

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