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Giovedì, 23 Maggio 2024
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Mammarella: "D'Aversa, un leader: quella volta che ci fece vincere il campionato..."

L'ex terzino ai tempi del Lanciano ha lavorato anche con Longo: "Un altro grande motivatore: sabato però tifo per Roberto, altrimenti non mi porta più a cena ..."

Li conosce entrambi, Carlo Mammarella. Li conosce bene: meglio Roberto D’Aversa che Moreno Longo, ma ha lavorato con tutti e due. “Tra Lanciano e Vercelli – dice Re Carlo, soprannominato così per le punizioni sulle quali era solito fare centro – ho lavorato benissimo con loro. Conosco meglio Roberto: è stato il mio capitano, il direttore tecnico ai tempi del Lanciano e il mio allenatore, poi è mio amico e quindi mi tocca fare il tifo per lui sabato (ride ndc) in una partita che guarderò sicuramente. Quando si affrontano due tecnici così bravi c’è solo da imparare”.

Mammarella, oggi che allenatori vede?

“Due allenatori che hanno una grande voglia di vincere. Appartengono alla nuova generazione, sono quei giovani con idee positive, mutuate da anni di calcio a livello importante. Quello che ha trasmesso loro i valori di un tempo, i valori autentici. Hanno vissuto il calcio di vent’anni fa, pieno di campioni, per cui quello che hanno imparato sul campo lo hanno saputo riportare in panchina. D’Aversa ha vinto di più: due promozioni, una salvezza, un anno splendido interrotto dalla pandemia. E’ chiaramente un allenatore che ha mercato. Ma Longo si gioca oggi una grande possibilità: allenare il Torino è un privilegio”.

Sono cambiati molto da quando li ha lasciati?

“No, per niente. Anzi: sono migliorati molto, per quello che ho visto. Entrambi preparano la partita in maniera maniacale, si affidano alla loro sapienza tattica. Sanno tutto dell’avversario e si comportano quasi di conseguenza, D’Aversa ha poi un metodo diverso da Longo, motivatore anche lui a suo modo. Ognuno ha il suo modo di insegnare calcio. Per esempio, ho notato una cosa importante”.

Qual è?

“Roberto sa lottare per ogni risultato. Quando sa che anche un punto va bene lo porta a casa. E’ sinonimo di grande crescita secondo me. E’ riuscito poi ad abbinare al gioco concretezza e qualità, ma per me non è un mistero dato che lo conosco bene. Costruisce dal basso, fa più palleggio. Insomma. E’ uno pratico che ha fatto molto in questi anni. Poi dipende chiaramente dai giocatori che ha a disposizione”.

E Longo?

“Longo è cresciuto anche lui. A Vercelli ad esempio, quando è arrivato, prediligeva il palleggio. La classifica imponeva i punti, ha preferito la verticalità e si è adeguato con la concretezza all’esigenza del momento: ci salvammo”.

Qual è la forza di D’Aversa?

“La sapienza tattica. E’ un grande motivatore. E’ stato il mio capitano a Lanciano, si fece male seriamente a poche gare dalla fine, un problema all’adduttore abbastanza difficile da smaltire per i play off. Mi ricordo che al campo radunò i giocatori più rappresentativi, quelli che erano li da più tempo. C’ero anche io, ci disse: “Portatemi ai play off, ve li farò vincere”. Andò così davvero. Ci diede una carica pazzesca, io feci gol in semifinale, vincemmo poi alla grande. Lui in campo era non solo il capitano, ma anche l’allenatore. Non smetteva un attimo di dare indicazioni, conserva lo stesso fuoco negli occhi di quando era calciatore”.

E la qualità maggiore di Longo?

“Anche il mister sa essere motivatore. A Vercelli ho avuto un brutto infortunio muscolare, una carogna. Non dormivo di notte e avevo difficoltà a girarmi nel letto. Non giocavo da un po’ di partite, avevo dato per scontato che avrei saltato anche quella più importante con il Brescia. Ci giocavamo la salvezza, mi chiamò al telefono qualche giorno prima e mi fece un discorso. Parole fantastiche che mi toccarono nel profondo. Risultato? Segnai un gol e ho confezionai l’assist. Una scelta felice per lui e per la Pro che si salvò. Era l’anno della trattativa con il Parma…”.

A proposito: perché non si concretizzò?

“Non so dirle perché. So solo che non se ne fece nulla. Era un matrimonio già annunciato che saltò. Doveva andare così evidentemente. Io stavo facendo la Serie B, una buona Serie B, magari il Parma ebbe altri progetti. Fu un treno che non presi per questione di secondi, mettiamola così”.

Per chi tifa sabato?

“Per il Parma, mi sento legatissimo a Roberto. E poi lo dico anche perché altrimenti il mister smette di portarmi a cena (ride ndc). Va matto per gli arrosticini, devo dire che è di buona forchetta. Dopo le partite ci sentiamo spesso, ci scambiamo idee. Sarà comunque una bella gara. Sono un appassionato del Torino, grazie a un giornalista che raccontò l’epopea del grande Toro al teatro, sono diventato un fan dei granata. La loro storia, la loro cultura: un club ricco di tradizione. Ma sabato tifo Parma”.  

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