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Immobile contro Sepe - foto Ansa

Immobile contro Sepe - foto Ansa

Parma, la forza della panchina (che non c'è)

Chi subentra o ha giocato poco non dà risposte rassicuranti

La forza e la freschezza delle riserve. In fondo, con tutto quello che sarebbe potuto succedere, Parma e Lazio è stata decisa da una variante incalcolabile. Inzaghi, che già dalla sua aveva forza fisica e tecnica, ha sconfitto D’Aversa nella partita a scacchi facendo leva sulla qualità della panchina. Come poteva essere comprensibile. Ai tempi in cui anche il Parma valeva la Lazio l’allenatore crociato avrebbe potuto controbattere allo stesso modo, mandando in campo forze fresche e qualitativamente importanti. Ma si da il caso che il Parma di adesso debba lottare per altri traguardi e che – a ragion veduta – non possa disporre di un arsenale di guerra valido anche nelle seconde linee. Qualcuno risponderà: “Non ci voleva certo uno scienziato per capirlo”, ma purtroppo la brutale banalità è equazione quanto mai logica e comprensibile dell’andamento di una partita governata (ma neanche tanto) dalla Lazio in fatto di occasioni e vinta dalla squadra più forte che è passata a nove minuti dalla fine utilizzando l’arma preferita del Parma: la ripartenza letale. Una specie di paradosso perché fino a quel momento l’organizzazione difensiva di Roberto D’Aversa aveva retto bene, fatto scudo e respinto all’indietro i tentativi della squadra capitolina e forse, per pericolosità e nitidezza delle occasioni, qualcosa poteva recriminare. Almeno una volta per tempo: frutto sempre di ripartenze o giocate poco 'pensate', ma pericolose. Se alla fine dei conti devi cercare di buttarla dentro senza specchiarti o compiacerti nella bellezza del tuo calcio (più che bello, pragmatico), vale la pena poter dire che le possibilità nitide il Parma le ha avute e le ha sprecate. Possiamo menzionare due tentativi su tutti (che poi sono stati anche gli unici, va detto): quello di Inglese, capitato sui piedi dell’attaccante non al meglio e poco lucido nella mancata assistenza a Di Gaudio,al tramonto di un primo tempo in cui la Lazio rimbalzava sulla muraglia ‘cinese’ del Parma; quello capitato allo sciagurato Di Gaudio nel secondo quando Nino Barillà si è travestito per un attimo da Del Piero nella versione 2005 e ha ributtato in mezzo un pallone in rovesciata. Peccato che accanto non ci fosse Trezeguet - come in quel Milan-Juventus che di fatto assegnò lo scudetto ai bianconeri nel 2005 – ma Di Gaudio, uno che di gol ne segna pochi e ne sbaglia tanti, purtroppo per D’Aversa. Il resto, come detto, lo hanno fatto Inzaghi e i suoi cambi: Berisha ha rilevato uno spento Leiva, Correa un nervoso Luis Alberto. Il primo si è procurato il rigore trasformato da Immobile per fallo di Gagliolo, il secondo ha scombinato le carte e messo la parola fine a una partita che – intendiamoci – non fa scattare l’allarme rosso. Ancora no. Ma preoccupa per l'inaffidabilità - almeno per ora confermata dalle prestazioni - di chi subentra. Vedi Napoli e poi... . 

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