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foto: D. Fornari

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Parma, i brividi e la gioia

E’ successo davvero che dopo lo spavento di un rigore sbagliato da Scavone e due parati da Frattali, Alessandro Lucarelli calciasse di sinistro il tiro dagli undici metri a spiazzare Tomei...

E’ solo una pagina di una bella fiaba che ancora deve giungere all’ultima riga. E’ solo una scena di un film che si spera abbia una conclusione positiva. Una scena che anche il miglior regista avrebbe scelto per girare quello che si ritiene un film di tutto rispetto. Troppo facile far calciare l’ultimo rigore al Capitano Alessandro Lucarelli, troppo facile immaginare che lo segni dopo una partita di stenti che ha visto abbassarsi incredibilmente il suo Parma attanagliato dalla paura di vincere e dal Pordenone, più squadra, più bella da vedere, più tutto forse. Ma non vincente. E alla fine, riavvolgendo il nastro, ci si ricorderà di un Parma brutto che è passato ai rigori e di un Pordenone bello, a tratti bellissimo fatto fuori da quella squadra brutta. 

Dicevamo: troppo facile. Eppure è successo davvero. E’ successo che al 120esimo il Pordenone ha provato la beffa lanciando Buratto verso la porta di Frattali che a sua volta è volato a terra senza toccare nessuno e che poi andasse sotto la sua curva a prendersi gli applausi e ad abbracciare tutti. E’ successo. Lui che non doveva neanche entrare perché non al meglio, al 120’ si è sbarazzato della protezione in carbonio che gli copriva il costato ed è andato a tirare un rigore pesantissimo, pesante come quei tre gol che il suo Parma subì nell’ultima apparizione al Franchi. Altro calcio, altra vita. Fu quella una sconfitta meritata, ma non dolorosa perché il Parma mostrò a tutta Italia come si potesse giocare e ricevere applausi anche da falliti. Perché si può perdere, l’importante è che nessuno perda la dignità. E il Parma la dignità non l’aveva affatto persa. Umiliata al Franchi e applaudita, una squadra quel Parma che di dignità ne aveva da vendere, come da vendere ne ha questo, come da vendere ne ha il suo capitano che anche martedì si è preso, come un disegno perfetto del destino, la sua bella soddisfazione di tracciare una linea che mira a chiudere un cerchio. In tribuna erano tutti con il fiato sospeso, pure il fratello Cristiano, il più importante della dinastia fino a un certo punto. Fino a quando Alessandro è diventato capo di un popolo che ora brandisce l’orgoglio e lo sventola fiero. Che resta accanto alla sua squadra fino ad identificarsi con essa. Per riprendersi ciò che aveva lasciato a Firenze in quel 18 maggio di due anni fa.

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